E’ quantomeno singolare che nel Paese con il patrimonio storico più ricco del pianeta si sia annullata la cultura della sovrapposizione delle tracce del tempo che ha reso i nostri paesaggi urbani unici nel mondo. Oggi nemmeno un modello, una teoria nè un dibattito aperto su come rapportarci ai tessuti storici innestandovi il nuovo, superando il mero restauro conservativo dell’esistente con nuovi esperimenti di accostamento, sovrapposizione e sostituzione.


Nelle città europee da anni assistiamo a esperimenti di innesto del contemporaneo in quartieri antichi con risultati a volta eccelsi e a volta perfino spregevoli, laddove sono prevalse le ragioni del lucro immediato e delle mode di appariscenti archistar.

Da noi gli anni 80, quando la cultura architettonica post moderna dopo anni di modernismo antistorico volle rivalutare il passato, mentre si inauguravano modelli di restauro all’avanguardia, chiusero la strada al dibattito sulla coesistenza di nuovo e antico tanto da trasformarlo in breve in tabù.
A questo si aggiunse il timore del futuro che sembrava promettere solo distopie, tanto da associare l’architettura contemporanea ai guasti della pessima edilizia recente che, nel frattempo, espandeva le periferie metropolitane più anonime, con l’unica regola degli standard numerici dei piani regolatori responsabili dei peggiori scempi urbani. Il mero restauro conservativo pretese risorse pubbliche senza rendite sempre più ingenti -ma nei fatti sempre più risicate- che resero insostenibile il recupero dell’antico così da decretarne il dissesto e l’abbandono.


Finchè si volle risolvere la carenza di risorse con l'”industria culturale” che pretese il reddito dalle destinazioni culturali (musei, teatri, gallerie, cinema…): il risultato fu la mortificazione della produzione artistica più spontanea per privilegiare il mercato dai grandi numeri con cui enti centrali e locali si illusero di sostenere gli enti di gestione, carrozzoni pubblici e parapubblici preposti alla cura del patrimonio storico. Non furono gli architetti a non essere più capaci di confrontarsi con il mito storico come avevano fatto i nostri maggiori maestri con le opere di riuso più riuscite, ma la classe dirigente politica e culturale che non volle assumersi le responsabilità di scelte virtuose, rinunciando al facile lucro immobiliare e propugnando nuovi modelli di recupero virtuosi.

Oggi che la “sostenibilità” è diventata “resilienza”, solo definizioni prive di sostanza, il patrimonio storico galleggia fra il degrado dell’abbandono e la retorica dei contenitori da grandi eventi, che via via falliscono in mano a burocrati intenti solo all’autoconservazione, mentre si nega come ineluttabile destino deteriore ogni forma di dibattito culturalmente alto.

