Nelle discussioni contemporanee sul futuro dei territori italiani si parla spesso di spopolamento, declino, marginalità.
Ma esiste un’altra chiave di lettura, più profonda e più necessaria: quella che mette al centro la dignità dei luoghi e delle persone che li abitano. Il pensiero di Domenico Cersosimo — economista, studioso delle aree interne e voce autorevole nella riflessione sulla “restanza” — offre uno sguardo diverso, capace di tenere insieme criticità e possibilità.
Le sue parole invitano a ripensare l’Italia non come una geografia di perdite, ma come un mosaico di resistenze, diritti e nuovi inizi.
È da questo cambio di prospettiva che nasce il seguente editoriale.
C’è un passaggio nell’intervista di Filippo Veltri a Domenico Cersosimo, e pubblicata sul Quotidiano del Sud oggi (9 dicembre 2025), che merita di essere trattenuto come una linea guida per il nostro tempo: «Anche una sola famiglia ha diritto a restare.» Non è una frase sentimentale ma una presa di posizione politica, che ribalta l’abitudine di misurare un territorio soltanto con numeri, costi e soglie di efficienza. In questa prospettiva interi paesi sono stati lasciati scivolare verso il silenzio, come se lo spopolamento fosse naturale o inevitabile, ma i territori non sono statistiche: sono pezzi di identità.

Cersosimo invita a guardarli senza indulgenza — «Per capire i territori servono sguardi non indulgenti» — riconoscendo la chiusura dei servizi, le economie fragili, le comunità che si assottigliano e il senso di abbandono che cresce. Non per rassegnarsi, ma per ripartire da ciò che esiste. La retorica bucolica dei borghi “autentici” non basta più: serve un ascolto radicale, una geografia emotiva capace di mettere in fila problemi ed energie.

Uno dei passaggi più forti riguarda il principio secondo cui «la rarefazione non toglie diritti»: il calo demografico non annulla il diritto alla mobilità, alla salute, alla scuola, alla socialità, e non può diventare un alibi per ritirare servizi essenziali, sospendendo le aree interne in una marginalità senza appello. Non si tratta di nostalgia, ma di equità: i cittadini non valgono in base alla densità ma alla dignità. Cersosimo denuncia anche la “sindrome del fallimento”, quella narrazione cupa che descrive i territori come irrimediabilmente perduti, ignorando invece le forme sottili ma vitali di resistenza: associazioni, pratiche civiche, saperi manuali, economie di prossimità, laboratori fragili ma vivi. Per non trasformare i luoghi in paesaggi muti servono nuove narrazioni, perché, lo ricorda il professore «senza nuove narrazioni non ci sarà una nuova azione». Raccontare un luogo significa già trasformarlo: restituirgli dignità, memoria, possibilità.
Riabitare l’Italia non è un atto romantico ma una responsabilità collettiva. Significa contrastare la rassegnazione, ricucire le fratture, immaginare modelli di vita che non seguono automaticamente quelli urbani. Dare voce alla restanza è riconoscere che i territori non sono “indietro”: sono altro, e questo “altro” è una risorsa preziosa. Per questo la frase di Cersosimo non è solo un’affermazione, ma un impegno: una sola famiglia ha diritto a restare, e l’Italia ha il dovere di restare con lei.
Libri
- Manifesto per riabitare l’Italia — a cura di Domenico Cersosimo, Carmine Donzelli (Saggine Donzelli)
- Riabitare l’Italia — a cura di A. De Rossi (Progetti Donzelli)
- Contro i borghi. Il Belpaese che dimentica i paesi — a cura di Filippo Barbera, Domenico Cersosimo , Antonio De Rossi (Donzelli)
- Restanza — di Vito Teti (Donzelli)

