Non più superficie da occupare, ma ecosistema da custodire.
Tra i temi più forti emersi al Congreso Mundial de Arquitectos c’è una parola che torna continuamente: suolo. Non il suolo inteso come semplice superficie disponibile per costruire, ma come biosistema fragile, infrastruttura vivente da preservare, rigenerare e osservare. Un cambio di sguardo che modifica profondamente il modo di pensare l’architettura e la città.
Nei talk e nei dibattiti del congresso è emersa con chiarezza una consapevolezza: il progetto contemporaneo non può più essere separato dalle scienze ambientali. L’architetto non è chiamato soltanto a disegnare forme o a migliorare le prestazioni energetiche di un edificio. Deve confrontarsi con cicli idrici, microclimi, ombreggiamento, ventilazione, biodiversità, materiali, manutenzione e capacità di adattamento dei territori. Perché oggi l’edificio non è più solo ciò che protegge dal meteo: contribuisce a produrlo, modificarlo, intensificarlo oppure mitigarne gli effetti.
Il tema del riuso
Un altro nodo centrale del congresso è stato il riuso del patrimonio esistente.
Si è parlato di circolarità, riduzione dell’impronta carbonica ed estensione della vita degli edifici. In questo quadro, la questione ambientale e quella abitativa appaiono sempre più intrecciate.
Le politiche di demolizione e sostituzione, i modelli finanziari, la regolazione urbanistica, il valore dei suoli e il costo dell’abitare entrano pienamente nel campo dell’architettura come dispositivi che decidono se una città si trasforma o espelle.
Da qui una domanda inevitabile: come tenere insieme crisi abitativa e transizione ecologica senza generare nuovi processi di esclusione?
Rigenerare senza espellere
Molti interventi hanno sottolineato che il riuso può ridurre il consumo di risorse e il carbonio incorporato, ma non basta la qualità architettonica. Servono politiche pubbliche, regole e strumenti economici capaci di garantire accessibilità, governance e diritto alla casa. Altrimenti la rigenerazione rischia di trasformarsi in una semplice strategia di valorizzazione immobiliare.
Un tema che riguarda anche i Giardini Urbani Diffusi
Per chi lavora quotidianamente sui territori, queste riflessioni non sono astratte.
Riguardano il modo in cui immaginiamo le città del futuro: più permeabili, più verdi, più accessibili e più capaci di costruire relazioni.
Sono domande che risuonano profondamente anche nell’esperienza della Centrale dell’Arte e del progetto Giardini Urbani Diffusi, dove il suolo, il paesaggio e la partecipazione diventano strumenti di rigenerazione urbana, ecologica e culturale.
Il congresso di Barcellona ci ricorda che la transizione ecologica non è soltanto una questione tecnica. È una questione di giustizia urbana, diritto alla città e cura dei luoghi.

