CON LE API NON SI SCHERZA

Con Giuseppe De Lorenzo, apicoltore, abbiamo respirato storia e fatica. Ha raccontato di un terreno di famiglia abbandonato per anni — una valle ridotta a discarica: due auto, giocattoli, montagne di plastica. Ci ha messo due-tre anni di bonifica, muri a secco rifatti a mano e tanta pazienza per restituire vita a quel luogo.

Le api per Giuseppe non sono un hobby: sono allevamento, cura, responsabilità. In estate arriva a 120–130 alveari; poi l’inverno e la primavera selezionano — spesso si scende a 50–80 famiglie e bisogna ricostituire gli sciami. È un lavoro continuo di rigenerazione.

Il nemico più grande? La varroa destructor, un acaro esotico arrivato dall’Asia che ha fatto il salto di specie. L’ape europea non sa difendersi: la varroa colonizza gli alveari e si moltiplica nella covata. Importare il “solito predatore” dall’Asia non è soluzione: potremmo introdurre nuovi problemi per altri impollinatori.

Giuseppe ci spiega che c’è poi la differenza fra apicoltura convenzionale e biologica.
I trattamenti chimici (strisce acaricide) uccidono la varroa ma lasciano residui nella cera e nel miele, soprattutto se usati fuori tempo rispetto ai periodi di latenza. Il miele “del vicino” o fatto in casa può quindi essere contaminato. Nell’apicoltura biologica si preferiscono strategie di gestione: per esempio togliere la covata maschile (il cosiddetto “drone brood”) per ridurre la riproduzione della varroa — una pratica dura ma efficace.

Cosa resta dopo la giornata con Giuseppe? Rispetto per il lavoro che c’è dietro ogni vasetto di miele, attenzione ai metodi che lo producono e responsabilità quando si interviene su un ecosistema. Le api non sono un gioco: sono comunità vive da proteggere.

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