Quella Vacca di Maurizio Orrico (seconda parte)

in Villaggio Locale : Diario di un hater by

“Tutto può avvenire, tutto è possibile e probabile. Tempo e spazio non esistono; su base minima di realtà, l’immaginazione disegna nuovi motivi: un misto di ricordi, esperienze, invenzioni, assurdità e improvvisazioni”.

August Strindberg 

 

Son tutti Capre?

Io ad August Strimberg lo conosco da poco, imparo a conoscerlo grazie anche a Google che mi da una mano, come in questo caso, cerco un’ispirazione. Improvviso. Cerco improvvisazione e compare l’aforisma che cito in apertura. Comincio anch’io ad improvvisare. Copia>Incolla. Et voilà.

L’improvvisazione è certamente alla base della questione, inventarsi all’improvviso un’azione per non deludere, per ammaliare il tuo interlocutore o la tua interlocutrice.

Ma quella citazione ha un senso profondo che stuzzica l’immaginazione creativa dell’hater.

L’hater è un investigatore. Il grado d’invidia esplode

Dunque, deve essere andata così:
2009 fa caldo Mauri’non è più un ragazzino già da qualche decennio, e qualcosa deve inventarsi per poter far colpo soprattutto con il gentil sesso.
Anche se votato quasi esclusivamente all’arte, il nostro famoso artista, non ha mai abbandonato quel latente interesse verso le belle donne, interesse coltivato per lo più per non fomentare dicerie su altre sue perversioni artistiche, come biasimarlo è del tutto normale, l’arte è ovunque, anche nelle curve di un bel culo.

Naturalmente oltre che su la sua avvenenza fisica e sul quel fascino incorniciato da morbidi dolcevita di cashmere, Maurizio punta molto sulla arma segreta, l’arte. Ed è subito fatto, tra un calice di vino e l’altro è molto probabile che scappi una piccola e innocente bugia. … sai quest’opera l’ho esposta a New York da Castelli nella mia prima personale.
A furia di ripeterla, in questa piccola e apparentemente innocua frottola, finisce per crederci anche lui e quel sogno ricorrente diventa reale, talmente reale, che finisce con inserirlo nella sua biografia d’artista. Chi vuoi che possa andare a verificare quel piccolo vezzo, soprattutto da queste parti, chi vuoi che capisca d’arte, son tutti delle capre.

Deve essere andata proprio così altrimenti non si capisce come mai non compaia neanche nell’archivio Castelli una mostra personale di Maurì.

Sgarbi e l’amico Mario

Maurì ci prova in tutti modi di costruire la sua immagine di artista, non basta dire di avere esposto per la prima volta da Leo Castelli a New York.
Bisogna conoscere persone importanti, frequentare il jet set. Farsi amico uno come Sgarbi diventa fondamentale. Un selfie con Sgarbi  e la “Capra”, grazie a Mario, l’architetto amico suo, ora  è possibile. Un’altro badge da esibire si aggiunge al suo profilo di artista famoso.
Siamo a livelli superiori, ai piani alti.

Ciò comunque ancora non è abbastanza, anche Wikipedia dopo svariati tentativi rifiuta di inserire la voce “Mauri’ Artista Famoso” per mancanza di dati enciclopedici.

L’amico Mario, è comunque semper fidelis, è il suo asso nella manica e, grazie alla fama che l’architetto famoso Mario ha saputo costruire dopo aver stretto tante mani importanti, Mauri’ viene catapultato nella scena dell’arte contemporanea. Finalmente può dirsi artista famoso. O no?
Una scultura ovunque il suo amico, divenuto nel frattempo anche sindaco, poggia lo sguardo e il gioco è fatto. E se anche dovesse cedere parte di quanto ricavato, “a gravose et altre urgenti cause”, non importa.

Una regola: Si sa. La fama, il fare curriculum, ha il suo lato oscuro ed un prezzo lo si deve pur pagare se artista famoso vuoi diventare. Tutti abbiamo una famiglia da mantenere.

 

Questa storia ha un lieto finale, ma solo per l’artista famoso.

Le occasioni non mancano e quel bambino, costretto a nascondere il suo lato artistico per evitare emarginazione, ora è un uomo libero, ha una biografia da esibire, un amico da seguire, una persona di cui ci si può fidare, che l’incarica con tanto di denaro. Quello non guasta mai.

Quando l’invidia dell’hater è al massimo.

Questa storia ha un finale lieto, ma solo per l’artista e, come in tutte le favole, ha pure una sua morale ma solo per tutti gli altri. Tante “Pecore” e qualche “Capra”.

La regola morale: Non importa se il tuo curriculum non è sufficientemente adatto e nasconde anche qualche infantile bugia, perché se hai una vacca grassa da mungere dentro casa, la vita ti sorridere e puoi diventare come per magia anche direttore di un museo pubblico.

Eppure io sapevo di no. Che non era così.

Continua qui

Breve nota critica dell’hater, a latere, sull’opera “Al Sangue” di Maurizio Orrico

L’opera (vedi foto d’apertura), lo scheletro di una vacca, realizzato con tubi al neon colorati, esteticamente è un bello oggetto, affascinante come l’insegna di una vecchia boucherie parigina.

Ciò non è sufficiente, però, a colmare la lacuna che il messaggio lanciato dall’artista ci lascia, quel vuoto aperto, la contraddizione intellettuale nella quale l’artista cade.
Quell’ordinato assemblaggio di neon, anche se ben fatto, evidente opera di un bravo artigiano, ci lascia a bocca asciutta soprattutto quando leggiamo:

la pittura e la scultura che prendono spesso la forma di pecore, buoi, maiali o lo scheletro di una mucca Al Sangue realizzato con i neon che invitano a una riflessione sulla violenta uccisione che ogni giorno si fa di un gran numero di animali. …

Non c’è onestà intellettuale, dietro il progetto di quest’opera.
Il tutto appare come esibizione magra di un bel oggetto luminoso che, dietro ad un titolo mal congegnato pur di sorprendere, illumina l’inesistente coerenza nel percorso dell’artista.

Mucca è un termine da bambini, che evidenzia l’inganno. L’amaro lapsus che comunica il vuoto intellettuale e l’inganno svelati dall’uso di una lingua limitata al vocabolario colorito, e colorato, della Disney. Il falso perbenismo che si cela nel non usare un termine come Vacca, vocabolo censurato per apparire volgare agli occhi dei bacchettoni.

Se fosse sincero il messaggio che l’autore intende lanciare, d’altronde, non avremmo mai assistito ad una “performance” dove, lo stesso artista, sacrifica gratuitamente un maiale, per puro esibizionismo. (leggi qui).

A questo punto, per l’hater, “Al sangue” diviene il simbolo della vacca che, l’artista e i suoi amici più intimi, hanno spolpato lasciandone la carcassa a futura memoria.

Che brutta immagine.

ADIOS (cit. A. Canavacciuolo)

Nella foto: Francesca di The Dummy’s tales e Maurizio Orrico accanto all’opera “Al sangue”-

Scatto: Elisabetta Brian

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