Lettera a Pino Aprile

in review/Villaggio Locale : Diario di un hater by

Caro Pino Aprile, seguo con gran interesse la battaglia che lei da anni svolge per rafforzare il senso d’appartenenza della gente del sud mettendo sul piatto la storia vera di una terra a lungo martoriata e continuamente saccheggiata.

La ringrazio profondamente per i suoi articoli e per i libri che ha scritto con l’intento di dare giustizia, al meridione e  alla sua gente.
Dopo aver letto “Terroni”, come hanno fatto tanti altri, ho cominciato ad osservare il quotidiano con altri occhi cercando soprattutto di non colpevolizzare i piemontesi o lombardi di oggi per quello che accaduto più di centocinquanta anni fa,  e guardare più approfonditamente tra la mia gente in questa terra dalla quale le scrivo, una territorio che continua senza sosta a scivolare nelle classifiche di tutti generi, dalla classifica del livello culturale a quella della salute e dell’ambiente.

Vede, caro Pino, mi permetta questa confidenza affettuosa uguale a quella che  rivolgerei ad un fratello, sono un architetto di cinquanta anni che ha nutrito grandi speranze dopo la laurea, coltivando la mia professione e a mia passione per l’arte e la bellezza al fine di dare alla mia terra una luce diversa, non applicando massimi sistemi o teorie astratte, ma cercando di lavorare e vivere onestamente con rispetto sia per le cose che per le persone che mi circondano. Ho deciso, infatti di non emigrare altrove, con un curriculum di tutto rispetto, perché convinto che in Calabria e in particolar modo a Cosenza, la mia città natia e nella quale tuttora vivo, ci fosse tanto da fare e che la resilienza fosse una regola fondamentale e condivisa per costruire qualcosa in questo deserto.

Ho rifiutato sempre di affiancare partiti o movimenti politici, per il semplice motivo che non ho mai trovato chi davvero rappresentasse il mio territorio in maniera sincera e, nella solitudine della cabina elettorale, ho sempre puntato su chi attivamente proponesse modelli concreti di sviluppo, pur avvertendo il sentore di “fumo negli occhi”, ho dato fiducia. Ma quel sospetto, ahimè, nel corso degli anni è stato sempre confermato.

A malincuore, devo constatare che purtroppo pochi sono stati coloro che ho visto con sincerità combattere affinché la propria terra si risollevasse.

Una  terra dove il tutto ruota intorno alla politica anzi, mi correggo conservando il rispetto verso il lemma Politica , tutto ruota attorno ai politicanti, a coloro che della politica ne hanno fatto un mestiere non sapendo fare altro, che sfruttando le condizioni miserevoli delle masse ne hanno fatto un’industria, l’unica vera attività redditizia di questa periferia del mondo.

Quello che penso, a proposito delle condizioni in cui il sud riversa, è che sono proprio i “terroni” i veri traditori, sono proprio parte di qu esto popolo il vero marciume. La vera camorra, la vera ‘ndrangheta, il vero freno allo sviluppo non è solo quello dei brutti ceffi che continuamente vediamo scorrere sulle pagine dei quotidiani o nelle anteprime dei telegiornali.

Il vero malaffare è vicino a noi più di quanto possiamo immaginare. Si annida negli ordini professionali dove democrazia e quindi le regole sono carta straccia, dove i soliti amici si accordano per favorire pochissimi intimi a discapito degli altri, nei municipi dove gli incarichi vengono continuamente dati senza bandi pubblici, concorsi o quant’altro, senza alcuna logica democratica che possa assicurare scelte di merito anziché scambi di favori.

Il marcio sta ovunque, persino nell’arte dove anche se non hai un curriculum sufficientemente adeguato puoi diventare addirittura direttore di un museo, dove anche se non riesci a fare una “O” con l’aiuto del fondo di un bicchiere, se hai le amicizie giuste, puoi persino essere proclamato come il nuovo Giotto.

Ma sta anche nella rinuncia di chi, sopraffatto da un sistema ormai in metastasi, si lascia “violentare” a testa bassa, sta in quelle persone che per il quieto vivere chiude gli occhi dinanzi a vecchie e cattive abitudini. Sta nel silenzio, nella passività delle rivoluzioni da bar che si esauriscono tra un caffè e l’altro.

Ovunque si annidano pezzi di mala carne che farebbero di tutto per uccidere un fratello pur di prendere il sopravvento. Tra quelli che professano diritti per intascare profitti.
In quelli che con la scusa dell’immigrazione ne approfittano per allevare nuovi schiavi.

Cosa fare allora? Scappare? Resistere? Morire?
A cinquant’anni si comincia ad allentare il passo e certamente resistere viene più congeniale. Ma mai scappare e lasciare che questi pochi “eletti” continuino a dissanguare i propri conterranei. Di conseguenza morire anzitempo sarebbe, in fin dei conti, la stessa cosa.

Attraverso la mia associazione, con la quale da più di dodici anni cerchiamo di presentare modelli e progetti di sviluppo alternativi, e in qualche modo rivoluzionari, cerchiamo attraverso l’arte di infondere nel senso comune una sensibilità e uno sguardo diverso. Ora, però, ci troviamo in un punto di stallo dal quale è davvero difficile uscirne.
Fare rete, collaborare è sempre più un tabù. Molti hanno deciso di fuggire, altri preferiscono vivere abbarbicati alle mammelle dei politica affaristica, saltando da un carro di buoi ad un’altro trainato da asini, conservando l’unica vera fede alla quale sono devoti, l’individualismo ortodosso, al solo motto: MORS TUA VITA MEA.

Seppure l’ultima tornata elettorale pare avere finalmente evidenziato un dissentire comune tra la gente del meridione, sento ancora odore di melma, puzza di bruciato. Non credo che questa ultimo esito elettorale sia indice di una vera sollevazione popolare, di un dissenso genuino per lo stato in cui versa il nostro paese.

Nell’esito sortito dagli ultimi scrutini, io vedo un ampia tendenza in crescita della passività con la quale si affidano a terzi le sorti della propria vita, nel cedere ad altri le chiavi del proprio futuro, stando seduti comodamente davanti al televisore o al personal computer, senza alcuno sforzo. Con la testa china verso il telefono cellulare, credendo di fare la rivoluzione via facebook o twitter, lasciando che gli altri subdolamente facciano man bassa dei nostri dati personali manipolando e distorcendo la comunicazione.

Dare la colpa al nord ricco e pappone, ai vecchi della casa reale dei Savoia oltre che al mercenario Garibaldi è, a mio modesto avviso, ormai troppo tardi e fin troppo facile anche se utile.
Il vero nemico, ribadisco, sono proprio i terroni che ogni giorno fanno di tutto per danneggiare la propria terra, dove l’onestà è ancora cosa da sciocchi.

Concludo questo sfogo scusandomi, innanzitutto, delle ovvietà che ho espresso e poi invitandola ad un incontro qui nella mia città, confermando la mia disponibilità nel dare un contributo affinché il mio vicino di casa, il mio prossimo, il mio collega possa vivere meglio, grazie anche alla mia resistenza. Grazie.

Con stima, Francesco De Rose