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LegamiUrbaniLe mani sulla città: cementificazione e corruzioni Legami urbani è stato un esperimento di riappropriazione temporanea di uno spazio del tutto abbandonato oltre che sconosciuto della città di Cosenza: il Parco delle Rimembranze. La scelta di dar vita ad una tre giorni di dibattiti, musica, arte, teatro è maturata all’interno di un gruppo di varie associazioni e singole soggettività della città che ritrovatesi in numerose assemblee svoltesi nelle piazze piu’ significative di Cosenza, hanno collettivamente scelto di dare voce alla diffusa voglia di esprimere le proprie potenzialità, i propri saperi, confrontarsi in spazi che non sono quelli ormai decodificati dalla tradizione, e dove per altro poco spazio hanno le sperimentazioni piu’ genuine. Innanzi alla sempre piu’ massiccia cementificazione che la nostra città sta vivendo negli ultimi anni si discute, ormai, della possibilità di riappropriarsi di uno spazio dimesso per poterne fare un luogo di reale aggregazione e produzione culturale e artistica. Le esigenze emerse durante le assemblee precedenti legami urbani, hanno sottolineato l’esigenza di fare un punto della situazione per avviare nuove discussioni e nuovi agiri collettivi. Partire dalla considerazione di quanto accade in città, chiedersi chi vi ha messo sopra le mani, è sembrato il passo iniziale per future azioni. Durante le assemblee organizzative è stata individuata, quale migliore formula per la discussione e il confronto, la creazione di una tre giorni in cui hanno trovato spazio: l’arte visiva, il teatro, la musica, la libera danza. Sono stati tanti gli argomenti affrontati che avevano come sfondo lo spirito di raccontare senza alcuna remora ciò che si vuole esprimere. Senza condizionamenti. In completa libertà. Ma con la voglia di condividere le proprie esperienze di vita e con la prospettiva di gettare le basi su una mappa di relazioni e di legami interpersonali di chi vive l’hinterland cosentino. Di legami urbani insomma. La vita quotidiana e precaria costringe tante persone ad aver paura ad esporsi per non scuotere le cabine di comando, affinchè i poteri forti, che vogliono che tutto rimanga così com’è, si scaglino con tutta la forza persecutoria, che si alimenta con l’atavica “vilienza” dei cosentini. Le vertenze dei lavoratori precari che reclamano il proprio diritto di riappropriarsi della propria esistenza. Storie viste e riviste, certamente riproducibili in altri contesti, ma che ricalcano, a titolo di esempio, lo stato di disagio sociale che si vive in città. Nasce spontanea l’esigenza di ritrovarsi tra quanti vivono la medesima situazione di precarietà. Raccontarsi per formare la propria coscienza e gettare i germi per una rinascita culturale e sociale. Cosenza, come tutto il sud Italia, è stata la destinataria di una pioggia interminabile di finanziamenti pubblici sotto varie forme. Ma il flusso di aiuti finanziari ha trovato la barriera della classe dirigente locale che ha sempre utilizzato la stessa logica nelle fasi di processo di distribuzione delle risorse. Riflessioni storiche ormai dimenticate e riportate alla luce da chi con dedizione si impegna nella propria individualità a leggere, ricercare, studiare vecchi fatti di città, con la smania di chi intende divulgare e far conoscere ad ampio raggio. Far capire con gli aneddoti che le cose, tutto sommato rispetto a tanti anni fa, rispetto al fascismo, qui a Cosenza, non sono mai cambiate. Racconti di fatti ed avvenimenti che sono patrimonio storico e sociale della città di Cosenza. Senza soluzione di continuità rispetto a quegli “anni ruggenti” continuiamo a vedere il sottoproletariato urbano che soccombe di fronte ai privilegi predestinati, secondo logiche di un potere interscambiabile da destra a sinistra, alla piccola e media borghesia cittadina. La classe sociale prediletta durante il Fascismo, ossia la media borghesia, ha continuato a usurpare, anche dopo la caduta del regime, i propositi di giustizia sociale che si proponevano con l’antifascismo. I rapporti di forza sono rimasti inalterati e non vi è stato alcun processo di riconversione in democrazia tangibile che partisse da una presa di coscienza dal basso e che riconoscesse lo stato di bisogno e di necessità della popolazione come passaggio primario e imprescindibile. Si sono riproposti i modelli dei personalismi e delle figure di riferimento che hanno avuto vita facile nel percorso di acquisizione ed affermazione del potere. Complice di tutto questo quell’atavica vilienza dei cosentini che ovviamente si intacca anche e soprattutto nella piccola e media borghesia, quella calabrese e cosentina, la peggiore d’Italia, in quanto incline al servilismo, al facile compromesso per istinto di sopravvivenza, al non esercizio della funzione critica che lo fanno apparire come un primitivo nudo gettato nella modernità. Vestito unicamente del proprio linguaggio burocratico acquisito nella pratica con le sedi istituzionali e partitiche. Culturalmente arido. Senza valori reali se non quelli fittizi e di facciata impostigli dalla chiesa. Rimane ancorato alla salvezza della proprietà, il possesso privato. Tutto ciò avviene nelle forme esasperanti che riducono la stessa esistenza ad una corsa frenetica verso le apparenze. Sullo sfondo vi è l’esasperazione di una collettività che rimane ai margini dei propri contesti popolari. Con l’affannosa rincorsa verso il diritto assoluto ad acquisire i beni necessari: la casa ed un reddito familiare che garantisca un minimo di risorsa per il mantenimento della famiglia. Lo scenario immutabile che contrappone i poteri forti alla popolazione amministrata, con le sovrastrutture funzionali alla staticità permanente, si è mantenuto dal fascismo fino ad oggi, senza soluzione di continuità, appunto. Tutto ciò deve essere scosso con forme radicali di lotta e di contrapposizione efficace che si fondano da una spinta culturale. Con legami urbani si è cercato di restituire alla città uno spazio degradato ,pieno solo di carte e siringhe attraverso una operazione che non si può semplicemente ricondurre ad un momento festivo, in effetti l’arte la musicai teatro, oltre che i dibattiti sono stati finalizzati non ad un mero consumo ma quello che si è perseguito è stato la partecipazione ad un modello nuovo di socialità che vede nelle arti uno dei momenti piu’ significativi. L’arte in questo caso non è quella dei circuiti ufficiali ma è arte urbana, arte che parla di noi delle nostre storie delle nostre città, arte che produciamo noi stessi e che ci rappresenta per come dovrebbe fare una autentica opera d’arte: rappresentare. Ringraziamenti sentiti vanno a tutte le associazioni, a tutti gli umoni e le donne che abbiamo incontrato in quei giorni di luglio quando la città prendeva fuoco e noi insieme ad essa. L’augurio è di non disperderci ma essere sempre più un’edera dalle foglie colore dell’arcobaleno. |