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Testotitolo: diario estremo di una riconversione a cura di Centrale dell'arte foto di apertura: rialzo indice introduzione cap I aree dismesse, distretti culturali e dismissioni creative. cap II la centrale dell'arte cap III per una dismissione creativa delle ex officine ferroviarie , Cosenza introduzione: Il persistere e l'aumentare delle problematiche legate ai contesti urbani, soprattutto negli ultimi decenni, rendono necessaria una riconsiderazione delle modalità di lettura e di intervento sui corpi delle città, a partire dai bisogni e dai desideri che in esse vivono. Si fa sempre più urgente individuare strategie in grado di rispondere in maniera adeguata alle condizioni, alle risorse e ai saperi locali. In questo modo è possibile individuare meglio la città nei suoi termini sociali, partendo dal presupposto che la società urbana non è soltanto una forma spaziale, ma un sistema in evoluzione di valori, norme, relazioni sociali. Come sarà la città futura e quali saranno gli effetti collaterali delle continue iniezioni di cemento cui è continuamente sottoposta? Quale futuro per le periferie urbane sempre piu' fragili che prospettano una crescente marginalizzazione e povertà urbana? La cura alternativa che vorremmo proporre è la progettazione partecipata di politiche di rigenerazione urbana centrate sulla cultura. L’assetto delle città contemporanee è caratterizzato da nuovi modelli di crescita e di sviluppo che intendono modificare la tradizionale antinomia tra centro e periferia, per cui al centro si addensano i servizi sociali e culturali, proliferano attività culturali e numerosi e diversificati sono gli spazi aggregativi, mentre le periferie sono aree svantaggiate , prive di servizi e di risorse economiche e afflitte da condizioni di disagio sociale. Le politiche urbane più avanzate tendono, oggi, a invertire questa tendenza e in molte città italiane e straniere l’attenzione si è spostata sulle periferie. L’obiettivo è quello di creare città policentriche, partendo dal presupposto che ogni quartiere è dotato di proprie specificità, identità, opportunità, risorse umane, economiche e culturali da valorizzare, perchè rappresentano una ricchezza per tutta la città. L'arte e la cultura rappresentano una potenzialità non indifferente a patto che esse siano socialmente radicate quindi in grado di garantire il legame fra l'individuo e la comunità. S’insegna l’arte come se fosse un di più, qualcosa che si fa quando sono esaurite “ le cose importanti”. Sbagliato. Com’ è sbagliato portare i ragazzi nei musei senza aver dato loro gli strumenti per leggere l’arte. Come avere tante biblioteche per analfabeti. Ecco, io vorrei alfabetizzare i ragazzi all’arte. Maria Lai Trasformare i preconcetti che mostrano l’arte come un passatempo costoso o come una insufficiente fonte di sviluppo è il primo passo da compiere A rafforzare la convinzione che l’arte sia un’importante e non inferiore strumento per una civile conversione e che per quanto sia pensante, l’impegno non è mai inutile, basta confrontarsi con il resto d’Europa che crede nelle rivoluzioni partendo dall’Arte. Da Valencia a Berlino, da Parigi a Torino sino al nostro sud. [...] A furia di non mangiare si arriva all’anoressia. Senza arte, l’uomo torna allo stato selvaggio. All’essere umano non basta la terra sotto i piedi, non basta il sole sulla testa. L’uomo diventa adulto per realizzarsi oltre il proprio spazio ed il proprio tempo [...] Maria Lai. (a cura di) Fabiola Palmieri con Maria Lai nella sua Sardegna Teseo, Aprile 2005, pp. 220, 221. rivedere nota Nel presentare il progetto, la Centrale dell’Arte, confida nei segnali di trasformazione che parte della società civile del nostro paese lancia e ritiene necessario un ancor più decisivo distacco dalle autoritarie imposizioni del mercato globale. - Che cos' è la Centrale dell'Arte. La Centrale dell’Arte mira alla costruzione di un centro di produzione e diffusione dell’arte contemporanea dal sud. Attraverso un’azione di promozione e sviluppo dal basso. Il nome dell’associazione è legato ad un progetto di riqualificazione partecipata nella periferia ovest di Cosenza, il quartiere San Vito, dove una grossa area in dismissione appartenuta alla Centrale del latte, divenne luogo e centro di un animato dibattito tra gli abitanti e gli amministratori di quartiere. Come ha avuto inizio L’esperienza è iniziata con un workshop per la costruzione di un carro itinerante organizzato nel febbraio 2003, in occasione del primo carnevale di Cosenza (Workshop “la putiga”). In quella occasione, l’officina fu approntata all’interno di un ex deposito dell’azienda per i trasporti urbani (A.M.A.Co), ovvero un’area in dismissione che da lì a poco tempo dopo si sarebbe trasformata in palazzacci-alveari e che fu da principio l’ispiratrice di tutta l’azione, divenendo una piazza di produzione e scambio di una quantità importante d’informazioni da ritenere, il workshop, come solo l’inizio di un progetto, in seguito rivelatosi, ben più ampio. Il laboratorio prevedeva all’origine, la progettazione e la costruzione di un carro allegorico, il poco tempo a disposizione - venti giorni circa - e soprattutto, la mancanza di fondi sufficienti, portarono ad utilizzare un vecchio autobus in disuso come base per di lavoro. Il carro potenza innovatrice dell’arte e della cooperazione, divenendo simbolo della riconversione possibile ed associata all’esigenza di introdurre, in alternativa all’eccessiva speculazione, nuove forme di rivitalizzazione e riqualificazione, nonché di riconversione e ricliclo dell’esistene Per un manifesto della Centrale dell'Arte Uno striscione appeso sulle mura di un ex-deposito ferroviario rivendica un’architettura sociale. - Cos’è l’architettura sociale? L’architettura ha, senza dubbio, un aspetto sociale rilevante. Introdurre nel territorio, un qualsiasi elemento comporta, di sicuro, una sua trasformazione. L’architetto o l’urbanista non può prescindere da questa considerazione: non possono non tenere conto del peso sociale della loro opera. Nonostante tutto, le nostre periferie non rivelano tutta quest’attenzione, palazzi e cemento, lontano dal territorio e dei suoi abitanti, troneggiano senza alcun rispetto, decretando il fallimento dell’utopia socialista dei grandi piani. I tempi di completamento ed attuazione sono oramai scaduti, la pianificazione ha perso significato e, nella totale astrazione che il termine comporta, trascina l’inutile sforzo delle grandi strategie urbane, che dagli anni sessanta hanno trasformato le nostre periferie in enormi necropoli. Questa urbanistica, strumento del potere e simile ai grandi piani militari di Haussman, non è cosa superata, vive e trama ancora oggi, fuori d’ogni logica democratica, dietro paraventi di carta ed inchiostro. Si maschera in forme occulte dietro le mura di gesso degli enormi centri commerciali, in quelle piazze di solitudini e malinconia, trattando in tot. al mq le esigenze spaziali ed imponendo stereotipi e cataloghi da piazzista, fuori dal tempo e dalla misura. - Per un'architettura democratica Se vogliamo batterci per una organizzazione sociale più democratica, dobbiamo servirci della comunicazione nel suo stato attuale come di un mezzo destinato a scomparire, di cui la principale utilizzazione è la creazione e l’ordinamento di “contenuts mémoriels”. Yona Friedman Per una architettura scientifica Ed. Officina 1971 Pensare ad un architettura democratica porta a sfogliare le pagine intense e “profetiche”, del trattato d’architettura di Yona_Friedman, architetto ungherese di nascita e americano d'adozione che, trasferitosi a Parigi negli anni sessanta, elabora una sua teoria sulla possibilità di tradurre l’architettura in un materia scientifica, da insegnare anche nella scuola elementare. Tutto il trattato verte sull’analisi del ruolo specifico d’architetti ed urbanisti ed evidenzia la loro posizione da impositori rispetto l’utente finale che, nella fase progettuale non ha nessun ruolo attivo. Imporre l’architettura, o meglio cercare di tradurre dall’alto, attraverso piani di previsione e strategie urbanistiche quello che è il desiderio di chi fruirà degli spazi nel futuro, rappresenta, quindi, da sempre il “bug” da risolvere. L’assunto proposto, tratto da “Per un’architettura scientifica” pone l’accento sui problemi di comunicazione che intercorrono tra gli utenti finali del processo progettuale e i professionisti che l’hanno redatto. l'architetto d’altro canto è portato “ai nostri giorni a definire un utente medio, un committente tipo, ed è a partire da questo personaggio immaginario che imposta il suo lavoro”. […] “[…]. Da questa falsificazione nasce l’equivoco attuale: perché è evidente che questo mitico committente tipo darà pretesto per un soggettivismo totale in materia di progettazione architettonica, e d’altro lato l’abuso di potere dell’urbanista imporrà sue precise scelte al committente in funzione del suo personale sistema di valori. […] Così nessuna esigenza degli utenti reali sarà pienamente soddisfatta”. L’architetto e l’urbanista, nel nuovo processo progettuale, si trasformano in codificatori di matrici nelle quali le variabili sono direttamente scelte dai futuri utenti, già preparati alla scelta. Da qui una pratica d’alfabetizzazione che bisogna compiere, partendo dalle scuole primarie, concedendo così alle generazioni future, una maggiore sensibilità e capacità di lettura. Pertanto, risulata essere questo il primo passo da compiere, ancor prima di parlare di architettura o di urbanistica partecipata. Le eperienze e i progetti della Centrale dell'Arte Le palais de tokio L'idea di costruire una centro d'arte deve ora prendere consistenza ed il pensieri divenire progetto. Dare materia ad un luogo che possa essere l'ideale sintesi di una possibile Centrale dell'Arte, renderlo quindi architettura, è la sfida che il gruppo vuole intraprendere . Si parte ... . Un viaggio "fuori le mura" diventa fondamental motivo di confronto e scambio, per allargare la visione ed iniziare ad interagire con il resto del mondo incontrando altre altre esperienze assimilabili all'idea di una Centrale dell'Arte. Meta, prestabilita da un attenta ricerca, è il Palais de Tokyo su . Inaugurato nel 1937, come museo d'arte moderna e sede di una esposizione internazionale, l'immensa costruzione in riva alla Senna, é dal 1999 sede di uno dei centri d'arte più interessanti in Europa. Certo, ca c'est Paris. Ma mettendo da parte, per un attimo, le proporzioni e le differenze di scala, focalizziamo la nostra attenzione sul progetto con il quale, Nicolas Bourriaud et Jérôme Sans, critici d'arte e commissari dell'esposizione, hanno vinto il concorso, indetto proprio nel 1999 dall'allora ministro della cultura e la comunicazione Catherine Trautmann, sulla riconversione di una parte dell'edificio de le Palais de Tokyo da destinare a centro di diffusione dell'arte contemporanea. Singolare il bando, singolare la proposta che fu quella di creare un centro di creazione artistica , un luogo di produzione aperta dove oltre ad offrire spazi di confronto ed esposizioni il centro è predisposto ad ospitare artisti, provenienti da tutto il mondo, offrendo loro i mezzi e gli spazi necessari. L'Innovazione infatti del progetto vincente sta nell'invertire il concetto di museo o galleria e d'istituzione culturale in genere istituendo un centro attivo e produttivo. Le palais de Tokyo apre le porte il 2002. Arrivati al Palais de Tokyo incontriamo Margherita Balzerani, mediatrice culturale per l'italia e nostro contatto nell'organizzazione del viaggio, che ci dà un ampia spiegazione su tu tutto il meccanismo che muove il sito di creazione d'arte parigino. Lo Spazio che ospita la discussione è in quel momento occupato da un laboratorio d'arte dedicato ai bambini. I workshops sono parte fondamentale della azione rivolta all'alfabetizzazione, nocciolo dell'innovazione apportata da Bourriaud e Sans, e che annotiamo sul nostro taqquino di viaggio, come l'architettura essenziale del Palais, accurata nella divisione degli spazi che senza tanti orpelli, gli architetti Anne Lacaton e Jean Philippe Vassal lasciano nudi, dando molta forza ai contenuti anziché al contenitore. Come margherita Blalzerani spiega : Il Palais de Tokyo site de création contemporaine di Parigi si presenta come un paradosso nel panorama dell’architettura contemporanea. Creato all’interno dell’antico Museo Nazionale d’arte Moderna, costruito nel 1937 durante l’Esposizione Internazionale “des Arts et Techniques dans la vie moderne”, l’edificio rappresenta oggi un originale esempio di “riattivazione” architettonica. Il ripristino di questo antico Museo in favore di una logica spaziale contemporanea è frutto dell’intervento dei due architetti: Anne Lacaton e Jean Philippe Vassal. Al di là dell’imponente facciata eco dell’architettura monumentale degli anni ’30, l’interno dell’edificio rivela un’estetica dai volumi industriali e l’identità di un’istituzione dalla natura mutevole. Inaugurato il 20 gennaio del 2002, per iniziativa del Ministero della cultura e della comunicazione il Palais de Tokyo è un luogo di sperimentazione ed innovazione. Prima istituzione aperta da mezzogiorno a mezzanotte, si presenta come un vero e proprio laboratorio che espone la creazione contemporanea attraverso tutte le sue forme di espressione (esposizioni, performance, sfilate, concerti, dibattiti, etc.). Concepito come una piattaforma di dialogo : pluridisciplinare e aperta a tutti, questo centro d’arte offre un modo di vivere e fruire l’arte più vicino ai bisogni del pubblico attraverso un’equipe di mediatori specializzati nelle nuove pratiche e nelle nuove forme di espressione dell’arte attuale. Reattiva, internazionale, sperimentale la programmazione testimonia un impegno costante nei confronti degli artisti e durante tutto il corso del loro processo di creazione, al fine di produrre assieme delle opere inedite e significative. 5000 mq. di superficie espositiva, un ristorante, una caffetteria, una libreria, una boutique, ne fanno un vero e proprio luogo di vita. Dal 21 Gennaio 2002, più di 740 000 spettatori hanno già visitato il Palais de Tokyo, con una frequenza media di 15 000 spettatori ogni mese e più di 3 milioni hanno visitato il sito interneté[...] INTERFACCE -Artivismo e nuove forme di comunicazione: dalle telestreet alle radio streaming. All'interno del forum dei saperi e dell'Università, tenutosi all'Uni.Cal. nel settembre 2005, la Centrale dell'Arte, in collaborazione con Radio Zenith, ha dato vita al laboratorio ‘Interfacce' Artivismo e nuove forme di comunicazione: dalle telestreet alle radio streaming. L'obiettivo è stato quello di allestire un laboratorio di televisione di quartiere all'interno del campus di Arcavacata, con particolare rilievo all'artivismo ed alle nuove forme di comunicazione delle telestreet e delle tv web. In primo luogo ‘Interfacce' è un progetto di carattere laboratoriale, dove agli incontri dal tono comunque ‘informale' delle tavole rotonde, si coniugano ampi spazi per praticare l'artivismo, la telestreet, la radio. Interfacce è stata pensata a fine luglio 2005, quando si sono riuniti alcuni ragazzi del Collettivo Zenith e dell'associazione Centrale dell'Arte. I primi sono un Collettivo nato a seguito dell'occupazione di una aula, la Zenith appunto, dove senza costituirsi come associazione ne con l'idea di creare un ennesimo centro sociale, alcuni studenti universitari hanno ‘semplicemente' dato vita ad un'aula dove si tengono corsi di inglese, incontri culturali, dibattiti, dove opera una ciclofficina, si produce arte e trasmette, in streaming, radio Zenith. Il laboratorio Interfacce è nato non appena Collettivo Zenith e Centrale dell'Arte hanno intrapreso questa iniziativa stabilendo i primi contatti con l'esterno. Si parlava di artivismo, arte in rete e si è avuta possibilità di sperimentarlo, di capire, ad esempio, i meccanismi con cui la comunità degli artivisti comunica, pensiamo ad esempio alle mailing list come quella di AHA o a come si sponsorizza un evento artistico tramite rete, ad esempio il sito Web di Exibart dove ha avuto spazio tutta la manifestazione del Forum. Grazie a questi strumenti di comunicazione si è entrati in contatto con numerosi artisti italiani e non. Durante le giornate del Forum molti partecipanti di Interfacce si sono dedicati a raccogliere registrazioni audio e video, hanno scattato fotografie e realizzato trasmissioni di radio streaming. In altri termini non sono stati oggetti della comunicazione, ma hanno svolto attività di informazione dal basso, non hanno atteso che le tv e i giornali scrivessero e filmassero di loro, ma lo hanno fatto essi stessi, senza lasciare molto all'improvvisazione o al caso. Potremmo anche dire con una certa ‘professionalità' maturata nel corso delle attività di radio Zenith e grazie agli ‘insegnamenti' pratici dei ragazzi di InsuTv e RadioLina da Napoli. Fra i partecipanti ricordiamo soprattutto Luigi Paglierini che ha mostrato le sue attività di ricerca nel campo delle arti visive, i suoi studi sulla robotica. Paglierini ha parlato di un modo nuovo di fare arte che non è quella del passato ma l'arte di oggi. Senza dubbio i temi affrontati da Paglierini non erano di facile comprensione in relazione al fatto che nelle scuole e nelle università, anche quelle aggiornate dalla riforma Moratti, non è facile che si affronti la contemporaneità. Un altro modo di fare informazione è emerso dall'incontro coi i rappresentati di InsuTv e RadioLina da Napoli. La televisione oggi non ci piace, non rappresenta noi le nostre aspettative e i nostri problemi. La televisione fatta dal quartiere e nel quartiere, invece, parla di noi, rappresenta quello che siamo per un motivo semplice: è fatta da noi, chiunque può farne parte a diverso titolo: questo è quanto emerso dalle attività incentrate sulla telestreet. Un accesso più diretto ai mezzi di comunicazione è anche la chiave di lettura di RadioLina la radio che parlava, ad esempio, della volontà di alcuni ragazzi di un quartiere di Napoli di ripulire e utilizzare un campetto di calcio, altrimenti luogo di spaccio e malaffare. L'università allora è rispondente o meno ai bisogni di chi la vive, cioè degli studenti? Ne ha parlato Paolo Virno, filosofo della comunicazione, che ha ricordato a tutti che sono anche gli studenti che possono fare lezione, chiedendo ai docenti di trattare un determinato argomento durante le lezioni, attraverso quella che il filosofo chiama ‘critica della didattica' ossia di porre in aula quelle domande sui temi che maggiormente riguardano e interessano gli studenti, in questo modo l'università stessa potrà essere più vicina ai bisogni degli studenti. Importante è stato anche leggere il contributo testuale che lo scrittore Franco ‘Bifo' Berardi, ma anche di P.D.B. (Produzioni dal Basso), hanno appositamente inviato al progetto Interfacce. Visionare i contributi video degli artivisti Casaluce-Giger e Vito Pace ha fornito una immagine chiara di quello che è l'artivismo nei fatti. Le partecipazioni dell'Hacklab di Cosenza Verde binario e Radio Ciroma, hanno, infine, fornito un contributo pratico rilevante. Gli aspetti rilevanti conseguiti da Interfacce si possono riassumere nell'operato di Radio Zenith che, grazie alla collaborazione di Radio Ciroma una radio comunitaria di Cosenza, ha trasmesso in etere l'apertura del Forum dei saperi svoltasi il 7 settembre all'aula magna. In maniera semplice e a costi praticamente nulli, l'università è entrata nella città di Cosenza, sappiamo infatti che i rapporti fra Università e città stentano a decollare. Le ulteriori trasmissioni di radio Zenith, in particolare le interviste, hanno informato su quanto accadeva nei giorni del Forum, trasmettendo la comunicazione tramite il Web rendendola cioè praticamente fruibile da ogni utente del pianeta terra. Ma Interfacce non si è chiusa l'11 settembre infatti l'obiettivo futuro è quello di realizzare di un filmato video in cui rappresentare le attività svolte con un occhio particolare agli spazi dell'Università. Un filmato dove raccontare le esperienze avute nel corso dei lavoro del Forum: interessante soprattutto il seminario svoltosi sabato dieci settembre, dove grazie ad una passeggiata ‘critica' sul ponte dell'Uni.Cal. fra breve il filmato verrà montato e presentato in opportuna sede. Al di là dei risultati misurabili però l'obiettivo principale di Interfacce è stato pienamente raggiunto: i partecipanti a Interfacce hanno potuto constatare come un altro modo di fare lezione, ossia un altro modo di intendere l'istruzione, sia possibile, anzi questo nuovo modo è già in atto da ora, da quando cioè si affrontano tematiche che non trovano solitamente spazio nelle lezioni ufficiali. Nell'epoca della riforma universitaria i ritmi forsennati cui gli studenti sono sottoposti, onde accumulare il più alto numero di crediti nel tempo più ristretto possibile, non lascia spazio alla riflessione ed alla critica dei contenuti appresi. Interfacce e le attività che l'hanno resa possibile (cioè il lavoro che in questo ultimo anno hanno svolto Centrale dell'Arte e del Collettivo Zenith) restituiscono la dimensione critica agli studi universitari. Senza dubbio Interfacce si inserisce in un reale processo di apprendimento e rappresenta un'acquisizione di saperi. Interfacce dimostra, al mondo accademico, la possibilità che siano anche gli studenti a scegliere un argomento, a individuare contenuti; ciò rende possibile affrontare quella contemporaneità che spesso sfugge alle istituzioni e che ha reso fino ad ora tanto distante il mondo accademico dalla realtà circostante. L'apertura alle forme contemporanee della comunicazione e dell'arte, che l'Università della Calabria ha vissuto con Interfacce, ci auguriamo non vada smarrita e che, anzi, venga recepita perché esperienze del genere non possono che rimanere vive se l'Università della Calabria e di riflesso la Calabria intera vuole, realmente, aprirsi alla contemporaneità. INTERFACCE a cura di Radio zenith e centrale dell'arte contributi di: Franco 'Bifo' Berardi Italia Scrittore Casaluce-Giger Italia/Austria artista concettuale Vito Pace Italia/Germania artivista Luigi Pagliarini Italia artivista Franco Piperno Italia Fisico Francesco Tedesco Italia Teatro dell'oppresso Paolo Virno Italia Filosofo della comunicazione media Radio ciroma Cosenza Radio Lina Napoli Radio Zenith unical Insu Tv Napoli PluraliaTv Spagna ProduzioniDalBasso Milano Hacklab Cosenza Monitore Brutio Cosenza Verdebianrio Cosenza Centrale dell'Arte Cosenza Oggetti a carica affettiva in mostra alla ‘Centrale dell’Arte’ (Cosenza), Nel mese di dicembre 2005 la ‘Centrale dell’Arte’ presso la sua sede di via Montegrappa in Cosenza, ospita la mostra Anima Rerum. Il filo conduttore di questa mostra è legato alla considerazione che le cose hanno un’anima, le cose sono la testimonianza dell’uomo che le ha create; gli oggetti d’arte esposti rappresentano l’anima del loro creatore. Con Anima rerum si intende favorire la riflessione sull’oggetto, sulle sue valenze simboliche, all’interno di una società che, suo malgrado, fa dei simboli una sostanziale causa di vita. Pensiamo al valore semantico che assumono i loghi nella nostra vita quotidiana, all’importanza che assume, almeno nel mondo globalizzato, l’identificazione della gente nelle griffe, nelle grandi marche; nel grande mercato non si acquista l’oggetto in sé ma lo si acquista perché simbolo, espressione di uno status individuato in una particolare marca. Questo meccanismo pare si estenda anche all’arte, passando per la distruzione dell’artigianato. Con Anima Rerum si tenta di far parlare l’oggetto non attraverso il marchio ma di renderlo veicolo dell’artista che lo ha prodotto, o se vogliamo della sua anima. Il manufatto artistico, assume in questa mostra, un valore semantico relativo non solo e non tanto al fluire delle mode ed alle esigenze indotte dalle operazioni di marketing, ma soprattutto alla carica affettiva di chi ha dato forma alla materia per dar vita ad una realizzazione intesa come oggetto unico e funzionale. Le opere esposte non sono prodotti di serie né tanto meno opere pseudo-artigianali che, stancamente, ripropongono pezzi di natura folkloristica. I pezzi presenti sono frutto di una continua ricerca artistica che spinge gli autori a superare le convenzionali espressioni dell’artigianato e dell’arte. Potremmo in definitiva sostenere che Anima rerum rappresenta un excursus sulle anime degli artisti e, al contempo, indica le ricerche, le finalità degli oggetti che raccontano la nostra attuale cultura materiale. Hanno esposto: L'ago nel pagliaio Ottavio Cozza, ceramista Antonio Iozzo, Pittore Emilio Leo, lanificio Leo Antonio Matragrano, Pittore Ivana Russo, fotografa Per una biblioteca della ‘Centrale dell’Arte’ Motivi ispiratori, modalità di realizzazione, funzionamento. L’alfabetizzazione artistica: principio guida per una biblioteca. La ‘Centrale dell’Arte’ all’interno del progetto di alfabetizzazione artistica, di cui si fa promotrice, ha inteso avviare l’allestimento di una biblioteca tematica relativa ai campi dell’arte e della letteratura. Parlare di alfabetizzazione artistica significa, per la ‘Centrale dell’arte’ un atteggiamento, una serie di attività finalizzate a promuovere l’alfabetizzazione artistica intendono fornire ad un’utenza più vasta possibile, la possibilità di capire i segni, decodificare la simbologia dell’arte e questo lo si può fare attraverso una istituzione particolare quale la biblioteca, un luogo deputato alla trasmissione dei saperi di cui si fanno depositari particolari prodotti umani quali i libri. La campagna ‘dona un libro alla centrale’ Ispirata ai principi della partecipazione è la campagna chiamata ‘Dona un libro alla centrale’ con la quale si invita la cittadinanza a donare un libro all’associazione, onde poter ampliare il patrimonio librario. Effettivamente, lo scopo di questa campagna è quello di coinvolgere i cittadini in modo da rendere questa biblioteca un effettivo patrimonio collettivo, perché nata anche grazie al contributo della comunità. Tutti coloro che volessero inviare un contributo possono farlo scrivendo a donaunlibro@centraledellarte.orgIndirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo oppure Centrale dell’Arte via Montegrappa 34, 87100 Cosenza. Ricordiamo che questa campagna già gode del patrocinio della Provincia di Cosenza. Il Contesto in cui sorge il progetto Ci si potrà chiedere perché sia emersa la volontà di una biblioteca d’arte nella città di Cosenza, a tal uopo è utile evocare quale sia il contesto in cui è stato concepito il progetto. La città di Cosenza presenta un buon numero di biblioteche: pensiamo alla Biblioteca Nazionale, referente per la Regione Calabria dell’attività di catalogazione in rete dell’SBN; ma anche la Biblioteca Civica, le cui origini si ricollegano strettamente alle vicende dell’umanistica Accademia Cosentina, per non parlare poi delle numerose biblioteche ecclesiastiche fra cui menzioniamo la Biblioteca Diocesana che conserva preziosi manoscritti e cinquecentine e la Biblioteca del Santuario della Madonna della Catena in Laurignano; di certo non mancano biblioteche di associazioni private come quella della Fondazione Guarasci oppure altre più specifiche come la Biblioteca del Centro Jazz Calabria, per non parlare delle biblioteche della vicina Università della Calabria. Alla luce di questa breve - e non di certo esaurente - panoramica del contesto bibliotecario cosentino, ci si potrebbe chiedere quale sia il motivo che giustifichi l’esigenza di una nuova biblioteca. La biblioteca della Centrale dell’Arte La presenza della biblioteca della ‘Centrale dell’Arte’ rappresenta una risposta alle esigenze che da più punti emergono, circa la valorizzazione dell’arte e soprattutto permette di dar voce agli artisti sia locali che non, che spesso stentano ad individuare canali di comunicazione con una sempre più vasta utenza. Una biblioteca ha il compito di facilitare l’accesso alla lettura, è un luogo di studio, un luogo che favorisce la ricerca e la meditazione. Tale luogo si affianca alle attività laboratoriali che la ‘Centrale dell’Arte’ ha e intende svolgere. Si tenta, in definitiva, di realizzare un equilibrio tra lavoro intellettuale e manuale quasi una riproposizione, in chiave contemporanea, del Vivarium: la biblioteca fondata nel sec. VI da Cassiodoro, nei pressi di Squillace. Una istituzione res pacis: novella istituzione della pace fondata sulla convivenza civile. La biblioteca, organizzata per scaffale aperto, conta un certo numero di periodici relativi all’arte, in special modo l’architettura, vanta difatti l’abbonamento a diverse ed accreditate riviste del settore, sfortunatamente non sono ancora presenti riviste specializzate in letteratura, tuttavia fra gli intenti dei curatori, questo risulta essere uno degli interessi di più imminente realizzazione; per quanto riguarda le monografie si segnala la presenza di due distinte sezioni: Arte e letterature. Entrambe sono suddivise poi secondo il codice Dewey. Attualmente è in fase di ultimazione la catalogazione del patrimonio librario posseduto, in attesa di ulteriori doni e acquisti. Cosa è stato legami urbani? category cosenza | altro | opinioni author Sunday 16 September, 2007 16:18author by PSA Brevissimo saggio fatto da una raccolta di idee e di impressioni. Incompleto, perchè il resto deve ancora avvenire. Una raccolta di riflessioni, opinioni, rivelazioni tra i tanti intervenuti nei dibattiti. Sono stati tanti gli argomenti affrontati che avevano come sfondo lo spirito di raccontare senza alcuna remora ciò che si vuole esprimere. Senza condizionamenti. In completa libertà. Ma con la voglia di condividere le proprie esperienze di vita e con la prospettiva di gettare le basi su una mappa di relazioni e di legami interpersonali di chi vive l'hinterland cosentino. Di legami urbani insomma. La vita quotidiana e precaria costringe tante persone ad aver paura ad esporsi per non scuotere le cabine di comando, affinchè i poteri forti, che vogliono che tutto rimanga così com'è, si scaglino con tutta la forza persecutoria, che si alimenta con l'atavica "vilienza" dei cosentini. Le vertenze dei lavoratori precari che reclamano il proprio diritto di riappropriarsi della propria esistenza. Storie viste e riviste, certamente riproducibili in altri contesti, ma che ricalcano, a titolo di esempio, lo stato di disagio sociale che si vive in città. Nasce spontanea l'esigenza di ritrovarsi tra quanti vivono la medesima situazione di precarietà. Raccontarsi per formare la propria coscienza e gettare i germi per una rinascita culturale e sociale. Cosenza, come tutto il sud Italia, è stata la destinataria di una pioggia interminabile di finanziamenti pubblici sotto varie forme. Ma il flusso di aiuti finanziari ha trovato la barriera della classe dirigente locale che ha sempre utilizzato la stessa logica nelle fasi di processo di distribuzione delle risorse. Riflessioni storiche ormai dimenticate e riportate alla luce da chi con dedizione si impegna nella propria individualità a leggere, ricercare, studiare vecchi fatti di città, con la smania di chi intende divulgare e far conoscere ad ampio raggio. Far capire con gli aneddoti che le cose, tutto sommato rispetto a tanti anni fa, rispetto al fascismo, qui a Cosenza, non sono mai cambiate. Racconti di fatti ed avvenimenti che sono patrimonio storico e sociale della città di Cosenza. Senza soluzione di continuità rispetto a quegli "anni ruggenti" continuiamo a vedere il sottoproletariato urbano che soccombe di fronte ai privilegi predestinati, secondo logiche di un potere interscambiabile da destra a sinistra, alla piccola e media borghesia cittadina. La classe sociale prediletta durante il Fascismo, ossia la media borghesia, ha continuato a usurpare, anche dopo la caduta del regime, i propositi di giustizia sociale che si proponevano con l'antifascismo. I rapporti di forza sono rimasti inalterati e non vi è stato alcun processo di riconversione in democrazia tangibile che partisse da una presa di coscienza dal basso e che riconoscesse lo stato di bisogno e di necessità della popolazione come passaggio primario e imprescindibile. Si sono riproposti i modelli dei personalismi e delle figure di riferimento che hanno avuto vita facile nel percorso di acquisizione ed affermazione del potere. Complice di tutto questo quell'atavica vilienza dei cosentini che ovviamente si intacca anche e soprattutto nella piccola e media borghesia, quella calabrese e cosentina, la peggiore d'Italia, in quanto incline al servilismo, al facile compromesso per istinto di sopravvivenza, al non esercizio della funzione critica che lo fanno apparire come un primitivo nudo gettato nella modernità. Vestito unicamente del proprio linguaggio burocratico acquisito nella pratica con le sedi istituzionali e partitiche. Culturalmente arido. Senza valori reali se non quelli fittizi e di facciata impostigli dalla chiesa. Rimane ancorato alla salvezza della proprietà, il possesso privato. Tutto ciò avviene nelle forme esasperanti che riducono la stessa esistenza ad una corsa frenetica verso le apparenze. Sullo sfondo vi è l'esasperazione di una collettività che rimane ai margini dei propri contesti popolari. Con l'affannosa rincorsa verso il diritto assoluto ad acquisire i beni necessari: la casa ed un reddito familiare che garantisca un minimo di risorsa per il mantenimento della famiglia. Lo scenario immutabile che contrappone i poteri forti alla popolazione amministrata, con le sovrastrutture funzionali alla staticità permanente, si è mantenuto dal fascismo fino ad oggi, senza soluzione di continuità, appunto. Tutto ciò deve essere scosso con forme radicali di lotta e di contrapposizione efficace che si fondano da una spinta culturale. L'importanza della comunicazione, la forma del linguaggio e l'uso della parola. Decentramento dei meccanismi mediatici su cui far valere il proprio punto di vista. Conciliazione tra rete, strumenti innovativi e persone. Dalle testate giornalistiche cittadine verso una forma di informazione dal basso da cui rilanciare il processo di scardinamento delle sovrastrutture e riproporre forme concrete di democrazia reale. Self-made annuale d'arte e delle autoproduzioni Nel mese di dicembre si è svolta, a Cosenza, la prima annuale d’arte e delle autoproduzioni organizzata dall’associazione Centrale dell’Arte.La possibilità di avere a disposizione un importante spazio posto al centro dell’area urbana cosentina (l’ex officina delle ferrovie di Piazza Matteotti) ha permesso di avere, anche se per un breve periodo, un luogo di ritrovo e quasi di identificazione dove potere esprimere la propria arte. i problemi affrontati non sono certo stati pochi, da questioni tecniche a questioni organizzative che hanno determinato l’annullamento dei numerosi incontri seminariali previsti. La parte senza dubbio, più ricca di spunti è stata l’incontro con i musicisti. Attraverso l’esperienza di Self Madesi è avuta la conferma di come i giovani musicisti sono la parte più viva, entusiasta, attiva del panorama artistico della città di Cosenza. Un riconoscimento speciale va, pertanto a tutti i musicisti che hanno fattivamente collaborato con la Centrale dell’Arte. ringraziamento particolare va dunque a Zero Lab Station Napoli, ai Rocki Horror Fukin Shitda Foggia Kinothec, Anestesia Bad Shan Disuman Box 15 The blaster Cosenza. ringraziamento va anche agli artisti che hanno esposto e loro produzioni. Ivana Russo, Luca Scornaienchi, Angelo Maggio. grande entusiasmo ed interesse hanno suscitato anche i Toiz, i pupazzetti di vinile da collezione la cui mania si è diffusa a partire dal Giappone e che ora, forse, rischia di conquistare anche la città bruzia. I finali ringraziamenti, malgrado i problemi organizzativi della conferenza stampa, vanno al Comune di Cosenza, che ci ha offerto la possibilità di essere presenti nello spazio dell’ex officina delle ferrovie, i ringraziamenti vanno all’università delle Calabria nella persona del Professore Gambarara, per l’entusiasmo e l’interesse mostrato verso il progetto Self-Made, partecipazione che però è rimasta solo virtuale per motivi che stentiamo a capire e che non sono dipesi ne dalla nostra volontà ne da chi si è entusiasmato al nostro progetto. Ci scusiamo con gli artisti che erano in procinto di giungere nella nostra città e che abbiamo dovuto contattattare per disdire gli appuntamenti stabiliti: Agata Chiusano, Giorgio Messina, Alessandro Gagliardo, Katia Rindone, Cesare Pezzoni, Emilio Leo. In conclusione la prima edizione di Self Made non può dirsi ne un’esperienza del tutto riuscita, soprattutto nella sua parte seminariale, ma nemmeno si può ritenere un’esperienza fallimentare infatti questa esperienza è stata fondamentale per porre in rilievo delle vere intelligenze e degli autentici talenti della città che nei più diversi settori operano e intendono organizzarsi in maniera sempre più stabile e fattiva. Siamo certi che il nostro lavoro, come associazione che si muove nell’ambito dell’arte andrà avanti facendo tesoro degli errori di valutazione e nel contempo, tenterà di valorizzare i talenti con cui è entrata in contatto grazie a questa e alle altre esperienze. Legami urbani Le mani sulla città: cementificazione e corruzioni Legami urbani è stato un esperimento di riappropriazione temporanea di uno spazio del tutto abbandonato oltre che sconosciuto della città di Cosenza: il Parco delle Rimembranze. La scelta di dar vita ad una tre giorni di dibattiti, musica, arte, teatro è maturata all’interno di un gruppo di varie associazioni e singole soggettività della città che ritrovatesi in numerose assemblee svoltesi nelle piazze piu' significative di Cosenza, hanno collettivamente scelto di dare voce alla diffusa voglia di esprimere le proprie potenzialità, i propri saperi, confrontarsi in spazi che non sono quelli ormai decodificati dalla tradizione, e dove per altro poco spazio hanno le sperimentazioni piu’ genuine. Innanzi alla sempre piu’ massiccia cementificazione che la nostra città sta vivendo negli ultimi anni si discute, ormai, della possibilità di riappropriarsi di uno spazio dimesso per poterne fare un luogo di reale aggregazione e produzione culturale e artistica. Le esigenze emerse durante le assemblee precedenti legami urbani, hanno sottolineato l’esigenza di fare un punto della situazione per avviare nuove discussioni e nuovi agiri collettivi. Partire dalla considerazione di quanto accade in città, chiedersi chi vi ha messo sopra le mani, è sembrato il passo iniziale per future azioni. Durante le assemblee organizzative è stata individuata, quale migliore formula per la discussione e il confronto, la creazione di una tre giorni in cui hanno trovato spazio: l'arte con Street art : tele, colori e pennelli liberi curata da Allegra Dispensa grazie al quale sono state messe a disposizione di tutti, pennelli colori e tela, l’officina creativa labò, della centrale dell’arte ha invece allestito una istallazione in memoria degli artisti cosentini che non ci sono più a cui hanno dato il loro contributo anche un gruppo di musicisti (Tony, Marina ….). Il laboratorio writing corner Pannelli da spruzzare ha permesso a gruppi di writer di portare nel paco delle rimembranze di ’arte piu’ urbana dei nostri tempi. Accanto ad essi col laboratorio breaking corner si sono esibiti ballerini di breaking. Legami urbani è stata una occasione anche per parlare di del fumetto "Bye bye jazz (Brutta storia Mr. Brown)" di Luca Scornaienchi. I gruppi teatrali presenti alla manifestazione hanno riscontrato una notevole partecipazione, emozionante fino allo spasimo installazione concerto per tre voci curata da Mario Lino Stancati ‘Città all’inferno ovvero fiabe e fantasmi d’una Cosenza di-ce-menticata’ che ha preso per mano il pubblico conducendolo fra i meandri della memoria delle fiabe per essere poi bruciati dalle fiamme e finire così all’inferno, un inferno, diciamo noi fatto forse dalle colate di cemento che scorrono lungo le pendici dei monti casentini e si riversano, senza pudori, nella valle sottostante. Dall’altura del parco delle rimembranze sono queste le suggestioni che ci suggerisce la città soprattutto dopo la visione dello spettacolo. Altro momento di riflessione è stato quello offertoci dal gruppo teatrale Racina ra'cina che ha presentato : Marcia dei braccianti di Melissa, una pagina di resistenza calabrese. Le musiche i pianti le urla della scena ci hanno fatto rabbrividire e ricordare, se ve ne fosse stato mai oblio, le lotte che i nostri nonni facevano per avere uno spazio che forme mai come allora era vitale visto che dalla terra proveniva, come anche oggi in fondo anche se ce ne rendiamo meno conto, la vita e il sostentamento. Sempre problema di spazio, spazio ricercato altrove quello dei profughi, spazio negato dai CPT che è stato rappresentato con una installazione a cura dell’associazione la Kasbah. I clandestini sono senza terra, senza diritti ecco perché si possono rinchiudere in uno spazio che è la sospensione di ogni dignità umana. Anche altre forme di spazio hanno trovato asilo nel parco liberato per tre giorni dai rifiuti e dalle siringhe, parliamo degli spazi sonori, infatti la musica, il linguaggio che va al di là di ogni divisione etnica, sociale non poteva mancare in un appuntamento come legami urbani. La tradizione recente dei Bisca e Zulu la contemporaneità del DJ Robert-eno, la tradizione antica delle tarante de latransumanza Musica Popolare dal Savuto al Pollino. I microfoni aperti ai rapper hanno tutti, risuonato fra gli alberi del parco che erano stati un tempo piantati per ricordare i caduti della prima guerra mondiale. I momenti della tre giorni sono stati molteplici proprio perché come già detto, l’esigenza che ha determinato legami urbani era quella di sviluppare alcune riflessioni sui temi piu’ urgenti per la città. Nel primo dibattito Le mani sulla città: Corruzione e Cementificazione i contributi di Totonno Chiappetta, Prof. Enzo Stancati - Architetto Rocco Pangaro - Prof.Ortensio Longo hanno ripercorso le caratteristiche della città nei suoi caratteri ma soprattutto nella sua evoluzione urbana. Mentre il tema della seconda giornata è stato quello della "Io non ho paura".....mo ti cunto a pampina.....a cui hanno partecipato : Franco Bifarelli e diverse Realtà di movimento, associazioni, gruppi, singoli cittadini. L'obiettivo dell'incontro è stato quello di rappresentare le diverse attività che si svolgono in città e nella terza "Conclusioni e Percorsi" Autogestione, Autogoverno, Antagonismo. Che è servito per proporre una sorta di sintesi della tre giorni e per tentare di delineare nuove strategie di resitenza dell'esistente. Con legami urbani si è cercato di restituire alla città uno spazio degradato ,pieno solo di carte e siringhe attraverso una operazione che non si può semplicemente ricondurre ad un momento festivo, in effetti l’arte la musicai teatro, oltre che i dibattiti sono stati finalizzati non ad un mero consumo ma quello che si è perseguito è stato la partecipazione ad un modello nuovo di socialità che vede nelle arti uno dei momenti piu’ significativi. L’arte in questo caso non è quella dei circuiti ufficiali ma è arte urbana, arte che parla di noi delle nostre storie delle nostre città, arte che produciamo noi stessi e che ci rappresenta per come dovrebbe fare una autentica opera d’arte: rappresentare. Ringraziamenti sentiti vanno a tutte le donne e tutti gli uomini che hanno lavorato per legami urbani, a ogni singolo cittadino a tutte le associazioni a tutti gli artisti intervenuti. Hanno fatto a legami urbani: Allegra dispensa Arcigay Cosenza Centrale dell’arte Clandestino Commercio Equoisolidale CSOA cartella HAcklabCosenza Kontroverso Libroteca Zazie La kasbah Mediacenter legamiurbani Rebel fans Pcl Yaahria …. E tanti altri che abbiamo incontrato in quei giorni di luglio quando la città prendeva fuoco e noi insieme ad essa. L’augurio è di non disperderci ma essere sempre più un’edera dalle foglie colore dell’arcobaleno. MODELLO DI SVILUPPO SOSTENIBILE PER UNA CITTA’ CREATIVA. Come possiamo immaginare di rendere sostenibile un modello socio-economico che coinvolga in modo trasversale le risorse creative e umane di una città? L’analisi del territorio di Cosenza avviata dall’associazione centrale dell’arte tiene in considerazione dei punti analitici necessari al raggiungimento di una visione globale della città e delle sue risorse disponibili. Le forze creative urbane attualmente si svincolano dal contesto sociale in cui le proposte innovative dovrebbero inserirsi e attuarsi. Dunque siamo ancora spettatori di una sostanziale divergenza fra classe innovativa ( e politica ) e cittadinanza tale da svuotare qualsiasi significato e valore i modelli di sviluppo così applicati. Al contrario se le attività culturali, produttive e socio-economiche coinvolgono direttamente le singole fasce sociali avremo una applicabilità innovativa orientata ad assumere un forte senso collettivo delle esperienze proposte. Possiamo parlare di sostenibilità nell’accezione di coinvolgere la società civile e di sperimentare quegli strumenti interpretativi necessari ad individuare i bisogni collettivi e i loro strumenti di realizzazione per un miglioramento generale della qualità della vita di una città e dei suoi cittadini. Trasformarsi di conseguenza in consumatori consapevoli fruitori di saperi e conoscenze innovative che si coniugano armonicamente con le risorse già esistenti in un territorio urbano. Tale visione di sviluppo richiede una integrazione orizzontale di tutti gli attori sociali ( pubblica amministrazione, imprenditorialità, sistema formativo e università, operatori culturali e sociali ) per delineare un modello collettivo in cui i singoli si possano liberamente identificare verso una produzione diffusa. All’interno della città infatti riconosciamo dei luoghi espressivi simbolici in cui ogni individuo può inserire e rielaborare i segni e i contenuti prodotti in modo da arrivare a un linguaggio comune, compreso universalmente. Quali sono le energie produttive da coinvolgere per uno sviluppo trainante? Prima di tutto pensiamo alla possibile riconversione produttiva dei grandi spazi in disuso come delle risorse collettive che contengono in sé delle ampie strategie di ricerca e produzione. Spazi dimenticati che, grazie alle nuove destinazioni, possono attrarre sia singole competenze che nuove professionalità nella possibilità di generare una economia auto-sostenibile per uno sviluppo locale. Riconversione attrazione sperimentazione produzione. Muovendosi su questo assioma immaginiamo quegli spazi abbandonati come dei luoghi aggregativi in cui attori sociali e culturali possano sperimentare qualsiasi forma di comunicazione artistica nella necessità di diffondere ciò che si produce come capitale sociale disponibile a tutti. Un effetto atteso della riconversione dei luoghi dismessi e’ relativo alla messa in connessione di quartieri che oggi restano ancora chiusi nei monadismi. In tale visione l’arte assume un ruolo trainante nei progetti di riconversione degli spazi gia’ esistenti, al punto tale di trasformarli in luoghi aggregativi e di forte promozione sociale attraverso programmi formativi che si focalizzano sull’alfabetizzazione delle arti espressive. Ecco che l’arte diviene anche strumento di auto-rappresentazione della citta’ e dei suoi cittadini perche’ essa si presenta come un sistema linguistico che permette di codificare segni del presente per meglio proporre una modificazione. Un piano culturale integrato Un progetto di sviluppo, sia economico che territoriale, di una città non può non includere l’aspetto culturale-artistico come parte integrata. Soprattutto quando la città in questione soffre della mancanza di un piano culturale ben definito, o meglio circoscritto e indirizzato verso solo una parte elitaria della società. I grandi progetti culturali, .... apportano certo una trasformazione ed una rivitalizzazione della città, tuttavia sono gli interventi di arte e cultura che si radicano nella società locale che permettono di supportare identità locali e di costruire nuovi elementi di distintività del luogo. R.Comunian, P.L Sacco 2006* La questione ricalca in pieno l’intero panorama nazionale dove i grandi eventi e le mega strutture (festival, grandi mostre, etc) appaiono come solo strumento promozionale ad uso e consumo dei mass media, senza alcuna ricaduta sostanziale sul territorio in termini di sviluppo sociale, culturale ed economico. Un esempio tangibile della visione che ci offrono Comunian e Sacco, nel nostro territorio, è dato dalle numerose strutture inaugurate negli ultimi decenni, tra le tante: il Museo del Presente a Rende, la trasformazione di palazzo Arnone in Pinacoteca nazionale ed Il Museo all’aperto Bilotti a Cosenza, Il teatro Politeama a Catanzaro, Il Parco archeologico di Scolacium, la riqualificazione di villa Zerbi a Reggio Calabria e la miriade di festival, rassegne e sagre che affollano le estati della nostra regione. Certo una rivitalizzazione si avverte ma solo ad alcuni livelli privilegiati dello status sociale. Prendiamo come esempio il MaB (Museo all’aperto Bilotti). Il progetto, frutto della politica culturale e territoriale intrapresa durante il governo cittadino del sindaco Giacomo Mancini, non ancora completo, è stato inaugurato nel 2005. L’idea, di chiudere un’arteria principale del centro cittadino (corso Giuseppe Mazzini) e trasformarla interamente in area pedonale rendendola, con le donazioni del mecenate Carlo Bilotti un museo all’aperto, appare di fatto un buon esempio dell’uso dell’arte all’interno di un piano di sviluppo e riqualificazione urbana. Nonostante infatti le polemiche iniziali, suscitate dall’intervento da parte dei commercianti della zona impauriti dalle sorti dei loro affari, il centro cittadino ha registrato una notevole rivitalizzazione ed un significativo incremento del costo degli immobili lungo il corso. Le opere della donazione Bilotti ora appaiono in bella mostra su piedistalli sonori e dai colori cangianti tra le botteghe dei commercianti compiaciuti della grande opera, l’Ettore e Andromaca di De Chirico, il Grande Cardinale Seduto di Manzù, la Grande Bagnante di Emilio Greco, La persistance de la memoire di Salvator Dalì (solo per citare alcune delle opere presenti e previste). Appare evidente, però, come l’arte in questo caso, seppure di grande pregio, sia un’aggiunta finale e non integrale del piano di sviluppo, riducendo le opere d’arte stesse a delle bomboniere, su un bel mobile, distaccate totalmente dal contesto sociale di fondo e poco rappresentative la cultura del luogo. È infatti essenziale che le grandi opere, i grandi eventi e le riqualificazioni, siano parte integrale di un piano culturale che comunichi con le aree più periferiche della società con le esigenze e priorità, identificandosi con esse. La mancanza di una identità rappresentativa del luogo e della sua classe creativa collocano un simile intervento tra i tre modelli di rigenerazione urbana, definiti da Evans-Show (2004) ,e riportati da Comunian e Sacco nella loro analisi, come Cultural and regeneration: piani in cui la cultura figura non come parte integrale ma come aggiunta finale, commissione di opere d’arte pubblica successivamente al piano di recupero di un piano edilizio urbano. Oppure come Culture-led regeneration dove la cultura viene vista come catalizzatore e motore della riqualificazione. L’attività culturale, in questi casi, è di alto profilo pubblico, con progetti di design, di costruzione o recupero di grandi edifici e spazi aperti, o la realizzazione di grandi festival. Lo sviluppo di una città deve però confrontarsi con gli aspetti sociali radicati nel suo territorio e promuovere la loro integrazione. Tendere cioè all’ultimo modello definito da Evans e Show come, Cultural regeneration: modello in cui le attività vengono pianificate ed integrate con altre attività di recupero ambientale, sociale o economico di un contesto. I progetti di rigenerazione urbana di successo sono quelli in cui si attiva un forte coinvolgimento del senso di comunità e dell’identità locale preesistente ... i processi di rigenerazione... dovrebbero tendere verso un recupero del senso del luogo, della storia e dell’appartenenza alla comunità locale. [...] Gli investimenti culturali finalizzati alla promozione della creatività devono, quindi, poter rispondere anche ad una serie di esigenze ed obiettivi di tipo sociale: La promozione dell’inclusione sociale, il dialogo interculturale e la promozione dei diritti umani e civili contro l’esclusione economica e sociale. [...] E’ possibile allora dare vita a processi di rigenerazione fondati su una visione di lungo termine e soprattutto capaci di rilanciare l’economia cittadina in modo socialmente efficiente e sostenibile? R.Comunian, P.L Sacco 2006* DISMISISIONI CREATIVE E PARCO URBANO La proposta della centrale dell’arte mira ad un ripensamento dell’idea di sviluppo della citta’, attraverso un modello socio-economico sostenibile che coinvolga in modo trasversale le risorse creative presenti nel territorio, mediante il recupero dell’esistente e la salvaguardia e riqualificazione delle aree di interesse storicoculturale e paesaggistico. Queste parti di città al momento risultano essere disconnesse dal tessuto urbano, pur contenendo una loro omogeneità. L’idea è quella di riconnettere queste parti attraverso un parco urbano, limitrofo ai corsi d’acqua, sostenuto da un sistema di attraversamento leggero (recupero della linea ferrata) che va dall’area agricola di Donnici fino all’Università. Questo è il tentativo, da un lato di avere una connessione lineare ed omogenea tra le parti urbane, dall’altro è di definire questa’area del parco come un’area sperimentale, luogo di condivisione “Laboratorio sociale permanente” dove far confluire vari saperi e competenze. La salvaguardia dell’ambiente naturale ed il recupero dei grandi spazi in disuso o in via di dismissione, sono da considerare, secondo la centrale dell’arte, come luogo privilegiato dove avviare un processo partecipato di ripensamento della città. Il progetto considera le aree dismesse come nodi simbolici, luoghi espressivi, risorse collettive per la valorizzazione e sviluppo di interi quartieri, per stimolare una possibilità di ricerca e produzione artistica per avviare un modello di sviluppo sostenibile. Sostenibile nell’accezione di coinvolgere e stimolare la società civile all’utilizzo di strumenti interpretativi necessari per individuare i bisogni collettivi e i loro strumenti di realizzazione per un miglioramento generale della qualità della vita di una città e dei suoi cittadini. |