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Scritto da Alessia Battaglia, Maria Fortino   
mercoledì 06 febbraio 2008

Le traiettorie della ricerca, che la Centrale dell’Arte persegue, riguardano le reali qualità della vita culturale economica e sociale che si svolgono ai margini della città. Questa modalità ha condotto a porre uno sguardo al di fuori del proprio contesto incontrando similitudini e diversità in luoghi apparentemente lontani, come gli slums di Nairobi, in Kenya. Da qui nasce l’incontro e la volontà di collaborare con gli artisti kenioti del progetto artistico Wajukuu Arts Project che vivono nello slum di Mukuru a Nairobi.

I punti di affinità che legano il rapporto fra la Centrale dell’Arte e il Wajukuu Arts Project passano, soprattutto, attraverso la condivisione del concetto di arte come sperimentazione delle possibilità di espressione di se stessi e della realtà circostante con i diversi linguaggi artistici.L’associazione Wajukuu Arts Project ha come obiettivo la diffusione delle esperienze artistiche negli slums di Nairobi; dove slum significa baracche di lamiera aggrappate le une alle altre, fogne a cielo aperto, vicoli maleodoranti per l’odore pungente di urina animale e umana, discariche che diventano habitat per minori in stato di abbandono, disabili psico-fisici, anziani e donne senza dimora. 


Una periferia che assume i connotati numerici di una città dentro una città in cui si racchiude il surplus dell’umanità. Gli slums del sud del mondo convivono per la maggior parte attorno ai complessi industriali, già di per sé fatiscenti e pericolosi che, coniugati al traffico dei mezzi di trasporto,  formano un clima veramente infernale. Una cappa di smog inquinante e alcuni impianti industriali chimici si trasformano spesso nei confini artificiali delle zone urbane. Queste ultime ospitano una umanità a cui viene negato l’accesso alla gestione delle risorse produttive di un sistema economico locale e mondiale, dove la ricchezza ha una  mobilità verticale. Ai vertici vi si trova una casta di pochi che sceglie le strategie di una economia di mercato, le cui applicazioni portano alla formazione stessa degli slums.
Lo slum si presenta come un agglomerato urbano formale ( come edilizia popolare, affitto privato ) e informale ( come occupazioni autorizzate e abusive, campi profughi ) che sta fra la città e la campagna, ma che non è né città né campagna. Ospita le migrazioni  che provengono dalla campagna e accoglie gli abitanti che sono tagliati fuori dalla produttività della città e dai suoi costi alti di abitabilità. Ha una fisionomia complessa che non risponde a nessun parametro urbano a causa della mancanza di infrastrutture e per l’elevata quantità di abitanti che la popolano. È un ecosistema che denuncia, con il solo fatto di esistere, la gravità dell’inquinamento ambientale in cui versano le sue condizioni. Sembra quasi una sorta di limbo, una città al rovescio con la tendenza di continuare a crescere negli anni futuri. Intrappolati dentro queste baraccopoli, i giovani artisti kenioti cercano di comunicare con la forza della loro arte le potenzialità per migliorare le qualità dell’esistente.


L’approccio creativo, sia della Centrale dell’Arte che del Wajukuu Arts Project, nasce dal bisogno essenziale di rispondere alle difficoltà sociali di vivere dentro una dimensione marginale, pertanto la creatività assume un valore altro di r-esistenza quale strumento di interpretazione di sé e del mondo circostante. Inseriti in tale visione, i due progetti tendono a elaborare una relazione profonda con le proprie percezioni, trasformandole in possibilità di cambiamento, non solo della propria esistenza, ma anche dell’ambiente contenitore di esperienze artistiche e sociali che si svolgono al suo interno.
Entrambe le realtà trovano, dunque, un punto di contatto nell’approfondimento dell’accezione pedagogica dell’arte come legame creativo ed interpretativo fra sé e il mondo, per rispondere al bisogno di fornire di sensi e di significati la dimensione umana e suburbana vissuta giorno per giorno.


Per questa ragione si sottintende all’arte un valore di alternativa educativa che si estende verso una ricerca di contenuti, da condividere con la vita collettiva, in quanto l’attuale inclinazione interessa una dispersione di quel valore del vivere sociale come un insieme diversificato nelle sue identità.
Un elemento che approfondisce questo tipo di educazione all’arte si intravede nella forma autodidatta che, soprattutto per gli artisti kenioti, stimola a sperimentare con libertà i linguaggi espressivi come delle qualità di visione ed adesione alla vita.
Il metodo da autodidatta delle tecniche abbraccia così la ricerca in essa di un legame immediato fra l’ideale e la sua espressione creativa, laddove per tecnica si intende uno strumento educativo col fine di accrescere la stima in sé stessi e nelle proprie potenzialità di trasformazione del reale.

La stampa su carta, molto spesso riciclata,  con le arcaiche tecniche della matrice in legno inciso della xilografia ricollega ad un'idea di arte immediata ma fortemente comunicativa così come lo sono le immagini di vita quotidiana rappresentate dai giovani artisti kenioti. La visione delle loro opere fa riflettere su un senso di rinnovata circolarità temporale. Il rapporto con la terra degli antenati che il wajukuu project sembra non dimenticare si coniuga ai  bisogni espressivi della contemporaneità che invoca il riuso dei materiali e mette a nudo la crudità di una dimensione in cui a mancare sono i beni essenziali per la sopravvivenza umana. Da qeusta resistenza non sempre espressamente dichiarata ma comunque intimamente sentita come necessità, nascono le xilografie del wajukuu e da questa vicinanza di esistenti emerge il bisogno sentito dalla centrale dell'arte di collezionare opere di giovani artisti da porre in una nuova ottica della diffusione dell'arte che parte da una produzione che viene dal basso e che risponde unicamente a bisogni comunicativi.





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Ultimo aggiornamento ( lunedì 13 ottobre 2008 )
 
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