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Le traiettorie della ricerca, che la Centrale dell’Arte persegue, riguardano le reali qualità della vita culturale economica e sociale che si svolgono ai margini della città. Questa modalità ha condotto a porre uno sguardo al di fuori del proprio contesto incontrando similitudini e diversità in luoghi apparentemente lontani, come gli slums di Nairobi, in Kenya. Da qui nasce l’incontro e la volontà di collaborare con gli artisti kenioti del progetto artistico Wajukuu Arts Project che vivono nello slum di Mukuru a Nairobi.
I punti di affinità che legano il rapporto fra la Centrale dell’Arte e
il Wajukuu Arts Project passano, soprattutto, attraverso la
condivisione del concetto di arte come sperimentazione delle
possibilità di espressione di se stessi e della realtà circostante con
i diversi linguaggi artistici.L’associazione Wajukuu Arts Project ha
come obiettivo la diffusione delle esperienze artistiche negli slums di
Nairobi; dove slum significa baracche di lamiera aggrappate le une alle
altre, fogne a cielo aperto, vicoli maleodoranti per l’odore pungente
di urina animale e umana, discariche che diventano habitat per minori
in stato di abbandono, disabili psico-fisici, anziani e donne senza
dimora.
Una periferia che assume i connotati numerici di una città dentro una città in cui si racchiude il surplus dell’umanità. Gli
slums del sud del mondo convivono per la maggior parte attorno ai
complessi industriali, già di per sé fatiscenti e pericolosi che,
coniugati al traffico dei mezzi di trasporto, formano un clima
veramente infernale. Una cappa di smog inquinante e alcuni impianti
industriali chimici si trasformano spesso nei confini artificiali delle
zone urbane. Queste ultime ospitano una umanità a cui viene negato
l’accesso alla gestione delle risorse produttive di un sistema
economico locale e mondiale, dove la ricchezza ha una mobilità
verticale. Ai vertici vi si trova una casta di pochi che sceglie le
strategie di una economia di mercato, le cui applicazioni portano alla
formazione stessa degli slums.
Lo slum si presenta come un agglomerato urbano formale ( come edilizia
popolare, affitto privato ) e informale ( come occupazioni autorizzate
e abusive, campi profughi ) che sta fra la città e la campagna, ma che
non è né città né campagna. Ospita le migrazioni che provengono dalla
campagna e accoglie gli abitanti che sono tagliati fuori dalla
produttività della città e dai suoi costi alti di abitabilità. Ha una
fisionomia complessa che non risponde a nessun parametro urbano a causa
della mancanza di infrastrutture e per l’elevata quantità di abitanti
che la popolano. È un ecosistema che denuncia, con il solo fatto di
esistere, la gravità dell’inquinamento ambientale in cui versano le sue
condizioni. Sembra quasi una sorta di limbo, una città al rovescio con
la tendenza di continuare a crescere negli anni futuri. Intrappolati
dentro queste baraccopoli, i giovani artisti kenioti cercano di
comunicare con la forza della loro arte le potenzialità per migliorare
le qualità dell’esistente.
L’approccio creativo, sia della Centrale dell’Arte che del Wajukuu Arts
Project, nasce dal bisogno essenziale di rispondere alle difficoltà
sociali di vivere dentro una dimensione marginale, pertanto la
creatività assume un valore altro di r-esistenza quale strumento di
interpretazione di sé e del mondo circostante. Inseriti in tale
visione, i due progetti tendono a elaborare una relazione profonda con
le proprie percezioni, trasformandole in possibilità di cambiamento,
non solo della propria esistenza, ma anche dell’ambiente contenitore di
esperienze artistiche e sociali che si svolgono al suo interno.
Entrambe le realtà trovano, dunque, un punto di contatto
nell’approfondimento dell’accezione pedagogica dell’arte come legame
creativo ed interpretativo fra sé e il mondo, per rispondere al bisogno
di fornire di sensi e di significati la dimensione umana e suburbana
vissuta giorno per giorno.
Per questa ragione si sottintende all’arte un valore di alternativa
educativa che si estende verso una ricerca di contenuti, da condividere
con la vita collettiva, in quanto l’attuale inclinazione interessa una
dispersione di quel valore del vivere sociale come un insieme
diversificato nelle sue identità.
Un elemento che approfondisce questo tipo di educazione all’arte si
intravede nella forma autodidatta che, soprattutto per gli artisti
kenioti, stimola a sperimentare con libertà i linguaggi espressivi come
delle qualità di visione ed adesione alla vita.
Il metodo da autodidatta delle tecniche abbraccia così la ricerca in
essa di un legame immediato fra l’ideale e la sua espressione creativa,
laddove per tecnica si intende uno strumento educativo col fine di
accrescere la stima in sé stessi e nelle proprie potenzialità di
trasformazione del reale.
La stampa su carta, molto spesso riciclata, con le arcaiche tecniche
della matrice in legno inciso della xilografia ricollega ad un'idea di
arte immediata ma fortemente comunicativa così come lo sono le immagini
di vita quotidiana rappresentate dai giovani artisti kenioti. La
visione delle loro opere fa riflettere su un senso di rinnovata
circolarità temporale. Il rapporto con la terra degli antenati che il
wajukuu project sembra non dimenticare si coniuga ai bisogni
espressivi della contemporaneità che invoca il riuso dei materiali e
mette a nudo la crudità di una dimensione in cui a mancare sono i beni
essenziali per la sopravvivenza umana. Da qeusta resistenza non sempre
espressamente dichiarata ma comunque intimamente sentita come
necessità, nascono le xilografie del wajukuu e da questa vicinanza di
esistenti emerge il bisogno sentito dalla centrale dell'arte di
collezionare opere di giovani artisti da porre in una nuova ottica
della diffusione dell'arte che parte da una produzione che viene dal
basso e che risponde unicamente a bisogni comunicativi.
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