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Scritto da limb_00 limb_00   
giovedì 05 giugno 2008

Nel corso della “conferenza di servizi” dal titolo “Cosenza cambia”, svoltasi venerdi 9 maggio 2008 al Palazzo dei Bruzi in presenza delle autorità locali, fra cui Regione Provincia e i Comuni di Cosenza e di Rende, è stata presentata la “Grande opera di restyling” dell’Area metropolitana Cosenza-Rende. Ciò che si tiene in considerazione in tale Opera sono solo gli aspetti infrastrutturali tra cui lo svincolo autostradale a Sud inserito dall’Anas nel maxilotto dell’A3 Cosenza-Savuto e la metropolitana leggera finanziata attraverso i progetti strategici del POR Calabria 2007/2013.

 

A questi due progetti, per definire meglio la “grande opera di restyling”, si aggiungono il completamento del Viale Parco che collegherà “I 2 Fiumi” con Quattromiglia, il Ponte sul Campagnano, la tangenziale est a destra del Crati, che con due ponti si unirà direttamente con Viale Parco; la riqualificazione dell’autostazione con il grande parcheggio, prima previsto sotto Piazza Fera-Bilotti, che diverrebbe un “grande punto di aggregazione” (nei termini di un centro commerciale); ed infine si prevede di realizzare un Auditorium nell’ex officine delle ferrovie della Calabria e spostare la Stazione Centrale verso Nord.

Quali considerazioni trovano spunto dal Convegno, oltre alla visione di usare Cosenza come una moderna piattaforma LEGO ?



Non si mette in dubbio l’opportunità di dover affrontare “la questione delle infrastrutture”, ma all’interno di un processo di cambiamento bisogna dare anche rilevanza allo sviluppo delle risorse socio/culturali. È attraverso questa linea che la gestione dei finanziamenti POR Calabria 2007/2013, ultima fase Obbiettivo 1, dovrebbe considerare la questione delle infrastrutture immateriali unitamente ad una attenta analisi del disagio socio- ambientale presente nella città di Cosenza.

 

Dopo anni di cementificazione, il settore edilizio ha proliferato indiscriminatamente e senza prestare particolare attenzione alla qualità degli ambienti interni ( abitazioni ) ed agli impatti che genera sugli ambienti esterni (spazi pubblici ), ed avendo tradito le aspettative speculative, ha raggiunto, allo stato attuale, una crisi economica da esiti incerti.

Il potere contrattuale che l’impresa edile ha sempre manifestato si evidenzia, oggi più che mai, nell’intenzione delle amministrazioni locali di convogliare ingenti quantità di economia (finanziamenti europei) nella realizzazione di infrastrutture con l’obbiettivo di raggiungere risultati dualistici: da una parte conservare il consenso dei poteri economici locali; dall’altra parte generare un nuovo consenso nella cittadinanza per la proposta cartellonista di una città nuova.

Sembra essenziale, in questo momento storico, proporre un modello di sviluppo capace di coinvolgere i soggetti sociali in modo attivo per condurre ad una riflessione realistica sui bisogni di una cittadinanza, sia nelle sue diverse entità che nelle sue possibili evoluzioni socio/culturali.

Riflessione che non deve soffermarsi solo sui luoghi delle ex officine, ma deve comprendere anche quelle aree dimesse o in via di dismissione, attualmente non corrotte ma di notevole interesse speculativo.


Quello che definiamo come disagio sociale presente nella società civile, si afferma con evidenza nella sempre più frequente richiesta da parte dei soggetti attivi di essere determinanti per lo sviluppo culturale della città e degli ambienti in cui ci si coinvolge, a fronte purtroppo di una generalizzata disinformazione e impreparazione da parte delle amministrazioni locali di gestire una concertazione sociale. Questa ultima viene richiesta chiaramente dalle direttive europee come metodologia per una partecipazione attiva che determini le traiettorie e i parametri di sviluppo per una comunità.

La formula monitorare - elaborare - proporre si presenta come una delle possibilità che si hanno per far recepire e consolidare, all’interno delle normative locali, una modalità partecipata di sviluppo, così come è prescritto dalla comunità europea e come già avviene in alcune piccole e grandi realtà nazionali; si vedano ad esempio le normative urbanistiche della Regione Toscana e della Regione Emilia Romagna, o le normative locali del Comune di Faenza, ecc.


La partecipazione e la sostenibilità del cambiamento si basano su una metodologia di laboratorio, ovvero sperimentazione ed elaborazione da parte dei soggetti coinvolti sopra i bisogni espressi ( alcuni dei quali ancora repressi dalla odierna speculazione urbanistica ) come un atteggiamento operativo che ne auto-determini la conoscenza e l’uso delle risorse locali del proprio ambiente, in modo da fronteggiare la crisi del disagio sociale. Il laboratorio partecipato, dunque, si riferisce alla necessità di una svolta, di volgere lo sguardo verso un’ipotesi sostenibile e condivisa di sviluppo, per ciò è fondamentale entrare in contatto con i concetti che ne caratterizzano l’attuale dibattito nazionale ed internazionale, proponendo ed elaborando delle modalità che possano essere in aderenza con la realtà locale.

Le modalità di partecipazione attiva prevedono anche la verifica del raggiungimento degli obbiettivi e il monitoraggio, attraverso appositi indicatori, dell’impatto dell’intervento con i suoi costi sociali ed economici.

Difatti la progettazione partecipata esprime un enorme potenziale di reinserimento nella vita economica di alcune fasce sociali che, solitamente, rimangono ai margini di progetti economico/urbani gestiti dai tecnocrati e politici e scollegati dalle realtà locali. Attraverso un progetto partecipato si articola un processo di riqualificazione di aree degradate in disuso che possiedono potenziali risorse economiche e sociali, il cui intervento prevede una estensione di analisi su un territorio ospitante le strutture stesse. I progetti sostenibili e condivisi evidenziano l’importanza di investire nelle risorse creative per realizzare idee innovative che si manifestano come processi di riqualificazione e rideterminazione non solo delle aree urbana ma, soprattutto, dell’ambiente umano che le vive.

In questo ambito si può parlare del concetto di dismissioni creative che accompagna la conoscenza di quegli spazi abbandonati che in passato rappresentavano il cardine delle attività produttive e dell’aggregazione sociale. Il recupero della loro identità sviluppa, quindi, una rigenerazione di senso e significato che sappia coinvolgere e trainare il territorio e le sue risorse verso forme creative di produzione di cultura e scambio di saperi.

La circolarità del riuso, quindi, contribuisce a creare una sinergia fra le risorse finanziare e quelle umane che coinvolgano i grandi centri come i piccoli centri in una visione che includa le diverse iniziative culturali nel processo di cambiamento. Su questa onda si può asserire che i progetti più sostenibili sono quelli che prevedono una co-partecipazione fra pubblico e privato ovvero l’impegno della pubblica amministrazione che decide di finanziare in modo continuativo un progetto iniziale e la gestione autonoma di spazi da parte di soggetti attivi che auto-rappresentano in essa i propri bisogni.







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Ultimo aggiornamento ( martedì 15 luglio 2008 )
 
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