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Nel corso
della “conferenza di servizi” dal titolo “Cosenza cambia”,
svoltasi venerdi 9 maggio 2008 al Palazzo dei Bruzi in presenza
delle autorità locali, fra cui Regione Provincia e i Comuni
di Cosenza e di Rende, è stata presentata la “Grande opera
di restyling” dell’Area metropolitana Cosenza-Rende. Ciò
che si tiene in considerazione in tale Opera sono solo gli aspetti
infrastrutturali tra cui lo svincolo autostradale a Sud inserito
dall’Anas nel maxilotto dell’A3 Cosenza-Savuto e la metropolitana
leggera finanziata attraverso i progetti strategici del POR Calabria
2007/2013.
A questi due
progetti, per definire meglio la “grande opera di restyling”, si
aggiungono il completamento del Viale Parco che collegherà “I
2 Fiumi” con Quattromiglia, il Ponte sul Campagnano, la tangenziale
est a destra del Crati, che con due ponti si unirà
direttamente con Viale Parco; la riqualificazione dell’autostazione
con il grande parcheggio, prima previsto sotto Piazza Fera-Bilotti,
che diverrebbe un “grande punto di aggregazione” (nei termini di
un centro commerciale); ed infine si prevede di realizzare un
Auditorium nell’ex officine delle ferrovie della Calabria e
spostare la Stazione Centrale verso Nord.
Quali
considerazioni trovano spunto dal Convegno, oltre alla visione di
usare Cosenza come una moderna piattaforma LEGO ?
Non si mette
in dubbio l’opportunità di dover affrontare “la questione
delle infrastrutture”, ma all’interno di un processo di
cambiamento bisogna dare anche rilevanza allo sviluppo delle risorse
socio/culturali. È attraverso questa linea che la gestione dei
finanziamenti POR Calabria 2007/2013, ultima fase Obbiettivo 1,
dovrebbe considerare la questione delle infrastrutture immateriali
unitamente ad una attenta analisi del disagio socio- ambientale
presente nella città di Cosenza.
Dopo anni di
cementificazione, il settore edilizio ha proliferato
indiscriminatamente e senza prestare particolare attenzione alla
qualità degli ambienti interni ( abitazioni ) ed agli impatti
che genera sugli ambienti esterni (spazi pubblici ), ed avendo
tradito le aspettative speculative, ha raggiunto, allo stato attuale,
una crisi economica da esiti incerti.
Il potere
contrattuale che l’impresa edile ha sempre manifestato si
evidenzia, oggi più che mai, nell’intenzione delle
amministrazioni locali di convogliare ingenti quantità di
economia (finanziamenti europei) nella realizzazione di
infrastrutture con l’obbiettivo di raggiungere risultati
dualistici: da una parte conservare il consenso dei poteri economici
locali; dall’altra parte generare un nuovo consenso nella
cittadinanza per la proposta cartellonista di una città nuova.
Sembra
essenziale, in questo momento storico, proporre un modello di
sviluppo capace di coinvolgere i soggetti sociali in modo attivo per
condurre ad una riflessione realistica sui bisogni di una
cittadinanza, sia nelle sue diverse entità che nelle sue
possibili evoluzioni socio/culturali.
Riflessione
che non deve soffermarsi solo sui luoghi delle ex officine, ma deve
comprendere anche quelle aree dimesse o in via di dismissione,
attualmente non corrotte ma di notevole interesse speculativo.
Quello che
definiamo come disagio sociale presente nella società civile,
si afferma con evidenza nella sempre più frequente richiesta
da parte dei soggetti attivi di essere determinanti per lo sviluppo
culturale della città e degli ambienti in cui ci si coinvolge,
a fronte purtroppo di una generalizzata disinformazione e
impreparazione da parte delle amministrazioni locali di gestire una
concertazione sociale. Questa ultima viene richiesta chiaramente
dalle direttive europee come metodologia per una partecipazione
attiva che determini le traiettorie e i parametri di sviluppo per una
comunità.
La formula
monitorare - elaborare - proporre si presenta come una delle
possibilità che si hanno per far recepire e consolidare,
all’interno delle normative locali, una modalità partecipata
di sviluppo, così come è prescritto dalla comunità
europea e come già avviene in alcune piccole e grandi realtà
nazionali; si vedano ad esempio le normative urbanistiche della
Regione Toscana e della Regione Emilia Romagna, o le normative locali
del Comune di Faenza, ecc.
La
partecipazione e la sostenibilità del cambiamento si basano su
una metodologia di laboratorio, ovvero sperimentazione ed
elaborazione da parte dei soggetti coinvolti sopra i bisogni espressi
( alcuni dei quali ancora repressi dalla odierna speculazione
urbanistica ) come un atteggiamento operativo che ne auto-determini
la conoscenza e l’uso delle risorse locali del proprio ambiente, in
modo da fronteggiare la crisi del disagio sociale. Il laboratorio
partecipato, dunque, si riferisce alla necessità di una
svolta, di volgere lo sguardo verso un’ipotesi sostenibile e
condivisa di sviluppo, per ciò è fondamentale entrare
in contatto con i concetti che ne caratterizzano l’attuale
dibattito nazionale ed internazionale, proponendo ed elaborando delle
modalità che possano essere in aderenza con la realtà
locale.
Le modalità
di partecipazione attiva prevedono anche la verifica del
raggiungimento degli obbiettivi e il monitoraggio, attraverso
appositi indicatori, dell’impatto dell’intervento con i suoi
costi sociali ed economici.
Difatti la
progettazione partecipata esprime un enorme potenziale di
reinserimento nella vita economica di alcune fasce sociali che,
solitamente, rimangono ai margini di progetti economico/urbani
gestiti dai tecnocrati e politici e scollegati dalle realtà
locali. Attraverso un progetto partecipato si articola un processo di
riqualificazione di aree degradate in disuso che possiedono
potenziali risorse economiche e sociali, il cui intervento prevede
una estensione di analisi su un territorio ospitante le strutture
stesse. I progetti sostenibili e condivisi evidenziano l’importanza
di investire nelle risorse creative per realizzare idee innovative
che si manifestano come processi di riqualificazione e
rideterminazione non solo delle aree urbana ma, soprattutto,
dell’ambiente umano che le vive.
In questo
ambito si può parlare del concetto di dismissioni
creative che accompagna la conoscenza di
quegli spazi abbandonati che in passato rappresentavano il cardine
delle attività produttive e dell’aggregazione sociale. Il
recupero della loro identità sviluppa, quindi, una
rigenerazione di senso e significato che sappia coinvolgere e
trainare il territorio e le sue risorse verso forme creative di
produzione di cultura e scambio di saperi.
La
circolarità del riuso, quindi, contribuisce a creare una
sinergia fra le risorse finanziare e quelle umane che coinvolgano i
grandi centri come i piccoli centri in una visione che includa le
diverse iniziative culturali nel processo di cambiamento. Su questa
onda si può asserire che i progetti più sostenibili
sono quelli che prevedono una co-partecipazione fra pubblico e
privato ovvero l’impegno della pubblica amministrazione che decide
di finanziare in modo continuativo un progetto iniziale e la gestione
autonoma di spazi da parte di soggetti attivi che auto-rappresentano
in essa i propri bisogni.
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