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06 LUGLIO
ore 18.00 - VERNICE
IMPRONTE
MOSTRA DI GUILLERMO LAURIN SALAZAR
la mostra rimarrà aperta sino al 20 luglio
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Fotogrammi stranianti
per un uso discriminato e dissimulato del sesso
È innanzitutto
una tecnica originale, ancora senza nome, che potrebbe definirsi
fotoimprontuale. Huellas de luz, impronte di luce: in camera oscura la
pellicola viene fatta aderire per pochi istanti al soggetto, la cui
impressione è poi sottoposta a normale sviluppo. Semplice, ma geniale
nelle applicazioni dissimulative operate negli ultimi anni dal suo
autore.
BIO:
Guillermo Laurin, nato nel 1958 a Medellin in Colombia, vive da molti
anni a Reggio Calabria dove svolge il suo lavoro di cameramen; ha
colaborato alla realizzazione di importanti opere documentarie, le
ultime girate a La Spezia e raccolte in un archivio digitalizzato
intitolato Voci della memoria, sulla storia della Resistenza spezina (
HYPERLINK www.vocidellamemoria.it ),
mentre è ancora in fase di realizzazione un documentario che si sta
girando in Ecuador sulla figura di Monsignor Leonidas Proaňo.
Laurin ha praticato la tecnica fotoimprontuale fin dai corsi di fotografia per bambini da lui tenuti nel Museo di Arte moderna di Bogotà. Era la fase in cui il modello elementare di impronta luminosa veniva esibito, diciamo così, per impedimento di fotosintesi: lasciando infatti per qualche giorno un piccolo oggetto su una foglia esposta al sole, al momento della rimozione dell’oggetto la sua impronta sulla foglia si configura come una sagoma corrispondente a una netta perdita di pigmentazione. Ecco, applicare il medesimo processo alla pellicola fotografica comporta il vantaggio di un maggiore dettaglio e, naturalmente, la possibilità di fissare le immagini nel tempo, come luce-tempo (impronte fotocroniche pure).
Nel laboratorio del suo ideatore, la tecnica fotoimprontuale si è affinata al punto da divenire veicolo di un’intenzione artistica anch’essa originale. L’ultima direzione creativa di Laurin è uno straniante quanto efficace ribaltamento dell’odierno uso indiscriminato e gratuito del sesso a fini commerciali. E così impronte genitali si fototrasfigurano in fisionomie penetranti e inquietanti, sinistramente significanti ma pure accattivanti. Qui il sesso diviene antimerce per eccellenza. Viene esaltato nelle sue più terranee potenzialità espressive. Un capezzolo si sfarfalla nell’occhio della civetta di Minerva; una voragine vulvale mima le movenze ondulatorie dell’urlo di Munch; grandi labbra chiuse, appresso un vicinissimo, straordinariamente attiguo sfintere, mimano la posa di un’aquila reale ecc.
Grazie alla tecnica fotoimprontuale, la genitalità non viene semplicemente riscattata e recuperata, ma risulta essa stessa riscattante, perché la sua luce è quella a cui devono un nuovo modo di essere tanto le figure fotoimprontate, quanto le loro controfigure “reali”: dopo aver posato lo sguardo su La mascara e Miradas, per esempio, come si potrà evitare di vedere in quello che sembra l’occhio di una civetta lo stesso capezzolo divino di Atena? oppure, con la strabiliante Alas nella mente, chi potrà trattenersi dal travedere in un’aquila il principio sorgivo-deiettivo cosmico nella sua completezza?
Pezzo scritto da Vincenzo Cicero, filosofo.
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